Il miracolo delle luci di Natale a Napoli
A Napoli il Natale non arriva: scoppia, esplode per strada come un tric trac .Scoppia nei vicoli stretti dove il cielo è una striscia azzurra, scoppia nelle edicole votive , tremule nelle fiammelle delle candele , scoppia nelle voci che rimbalzano sui balconi come palle di gomma. E ogni anno, quando montano le luminarie, c’è chi giura di sentire tra un “Ué” e un motorino sfrecciare veloce , un sussurro di piacere più antico del tufo.
Quest’anno, però, e accaduto una cosa diversa. In via San Gregorio Armeno, dopo l’ultima graffetta e l’ultimo filo, le luci si sono acce da sole. Non “tac” come un interruttore: come un respiro . Prima una scia, poi un’altra, poi un intero soffitto di stelle finte che sembrò diventare vero. E sotto quel soffitto, come se fosse sempre stato lì, è apparso un uomo con una chitarra scura, consumata ai bordi, e un cappotto lungo che sembra cucito con la notte.
Il venditore di sfogliatelle, Mimmo , fu il primo a parlare.
«Scusate… ma voi chi siete? E… che vuol dire che le luci s’accendono senza corrente?» L’uomo alzò gli occhi, e avevano uno sguardo da mare d’inverno.
«So’ venuto a cercare ‘na nota che s’è persa.»
«‘Na nota?» fece Mimmo, strizzando gli occhi.
«E che nota sarebbe?»
«Quella che fa tornare la speranza quando s’è fatta piccerella.»
Un ragazzino, Ciccio, che vendeva corni rossi e bracciali, si mise in mezzo senza paura.
«A me me pare ‘o Bluesman,» disse. «Quello che vive nei sogni dei giovani . Quello che paga col silenzio e se ne va cu ‘a musica.» L’uomo sorrise appena. «E tu, guaglió, che ne sai d’ ’e storie di un uomo nero a metà ?» «Perché Napoli è fatta accussì,» rispose Ciccio. «Qua pure le pulci tengono ‘a memoria.»
E proprio allora, da una finestra, una signora gridò: «Nun ve mettite a fa’ sceneggiate! Chiamate l’Enel!»
Ma nessuno si mosse, perché le luci non erano “troppo” accese: erano giuste . Come se illuminassero solo ciò che valeva la pena vedere.
Il Bluesman si sedette sul gradino di una bottega chiusa e accordò la chitarra. Il suono, invece di uscire, sembrò spuntare da terra, dalle pietre, dai basoli lucidi d’umidità. E cantò.
Canto I “Basoli Blues (Luce senza filo)”
Stanotte a Napoli, luce senza filo,
stanotte a Napoli, luce senza filo,
se cerchi ‘a speranza… sta in fondo ò vicolo.
‘E mani so’ fredde, ‘o core s’è scurdato,
‘e mani so’ fredde, ‘o core s’è scurdato,
ma ‘na musica lenta te rimette in sesto.
E si ‘a città s’addorme, io me sceto,
e si ‘a città s’addorme, io me sceto,
tengo ‘na stella ‘ncuollo… e ‘a porto ‘mmiez’ ’o fango.
Io tengo una voglia di cantare
Io sogno un amore scombinato
Canto quando me pare ,sogno e spero , luce senza filo
voce mia , voce di popolo , voce di Dio.
Quando finì, le luminarie tremolarono come se stessero applaudendo. E successe la prima cosa impossibile: le persone cominciarono a ricordare.
Non “ricordare” come si ricorda un fatto. Ricordare come si ricorda un profumo che ti prende senza permesso. Un signore con la busta della spesa si fermò, poggiò la mano sul muro e disse piano: «Mammà… stasera facimmo ‘o presepe, vero?» e si mise a ridere, ma con gli occhi bagnati.
Ciccio guardò Mimmo : «Avite visto? E chisto è niente.»
Il Bluesman si alzò e camminò, e le luci lo seguirono, accendendosi una dopo l’altra come lucciole educate. Arrivò fino a Spaccanapoli, e lì il vento portò un odore di mare. Ma non era il mare: era , un ricordo del mare di coloro , avevano giurato un amore eterno.
Da un basso uscì Adele, una donna anziana con lo scialle scuro e un presepe in mano, come se fosse una cosa da riparare.
«Guagliò… chi site?» chiese, senza tremare.
«Uno che cerca ‘na nota persa.»
Concetta strinse le labbra.
«E si sta nota sta dint’ ‘o dolore?»
Lui annuì. «Allora la piglio dal tuppo dei capelli.
Adele lo fissò. «E si, pigliannola, te fai male?»
«A volte ‘a musica serve proprio a questo,» disse.
«A fà male senza ammazzà.»
Mimmo, che nel frattempo aveva seguito la processione improvvisata di curiosi, sbottò: «Scusate, ma… quale sarebbe ‘o miracolo? ‘E luci? A Napoli ‘e miracoli succedono ogni jurnata e nessuno paga ‘o biglietto.»
Il Bluesman lo guardò come si guarda un amico che non lo sa ancora. «Il miracolo non è che s’accendono. È che illuminano quello che vi siete nascosti dentro di voi .»
E proprio allora, sopra la strada, una luminarìa cambiò forma. Non più stella, non più fiocco, non più albero. Diventò una scritta di luce viva, che nessuno aveva montato:
DICITE LA VERITÀ A VOI STESSI.
Un silenzio cadde addosso alla folla. Napoli, che parla pure quando dorme, per un attimo tacque.
Ciccio abbassò gli occhi. «Io… io tengo paura,» disse. «Paura che pure se faccio ‘o bravo, nun cambia niente.»
Concetta sospirò. «Io tengo paura ‘e campà sola.»
Costantino si schiarì la gola. «Io tengo paura che sto sempre a correre e nun arrivo da nisciuna parte.»
Il Bluesman appoggiò la mano sul legno della chitarra come su una spalla.
«Allora stasera facimmo ‘na cosa semplice: ve faccio vedere dove sta ‘a nota. Ma nun ve la posso regalare. Ve la dovete pigliare.»
«E comme?» chiese Ciccio.
«Cu ‘na promessa che si sente. Non detta. Sentita.»
E camminarono ancora, finché arrivarono davanti a una piccola edicola votiva: una Madonna sbiadita, un vetro graffiato, due candele quasi finite. Ma quella notte, appena il Bluesman si avvicinò, le candele si riempirono da sole, come se qualcuno avesse versato olio invisibile.
Adele si fece il segno della croce. «Chesta è cosa grossa.»
Mimmo sussurrò: «Io nun voglio guai.»
Il Bluesman rise piano. «I guai già ci stanno. Noi facimmo luce.»
Si sedette davanti all’edicola e ricominciò a suonare. Ma stavolta la chitarra sembrava parlare napoletano e Mississippi insieme, come se due fiumi si fossero incontrati sotto un ponte.
Canto II “Edicola Votive Blues (’A promessa)”
«Madonna dò vico, guardame ‘a faccia,
Madonna dò vico, guardame ‘a faccia,
aggio ‘na vita a pezzi … e me pare ‘na pezza.
Si dico “domani”, domani se ne va,
si dico “domani”, domani se ne va,
ma stasera, stasera… me fermo a sentire.
E faccio ‘na promessa senza voce e senza rima,
faccio ‘na promessa senza voce e senza rima,
che ‘a luce ‘e Natale… nun sia sulo ‘na luce
ma una voce d’amore e libertà.
Le luminarie, come risposta, si abbassarono. Non fisicamente: sembrò che la luce scendesse sulle persone, una per una, come mani tiepide sulla testa.
A Ciccio, la luce fece vedere un padre che non chiamava da mesi. A Mimmo, fece vedere la moglie che rideva quando ancora rideva. Adele , fece vedere se stessa da giovane che cantava sul balcone e non aveva paura del domani.
E a ognuno, la luce chiese una cosa sola: non scappare.
Mimmo si asciugò la faccia con il dorso della mano. «Io… io domani chiudo prima. Vado da mia figlia. C’è mangiamo ‘na pizza insieme. Senza telefono. Senza scuse.»
Adele annuì. «Io domani apro ‘a casa. Faccio ‘o caffè pe’ chi passa. Pure se sono stanca morta .»
Ciccio deglutì. «Io domani… chiamo papà. Pure si me risponde male. Pure si me dice che nun tene tiempo. Io ‘o chiamo lo stesso.»
Il Bluesman si alzò, e in quel momento le luci sopra l’edicola cambiarono ancora forma. Diventarono un piccolo presepe di luce: non con statue, ma con sagome che si muovevano piano, come ombre gentili. E al centro, invece del Bambino, c’era un punto luminoso che pulsava come un battito.
«Chesta è ‘a nota?» chiese Ciccio.
«È ‘a radice di ogni storia » rispose il Bluesman. «La nota viene dopo.»
«E mo’? Che succede?» domandò Mimmo, con la voce rotta. Il Bluesman guardò in su, verso i balconi, verso il cielo a striscia. «Mo succede che ve ne turnate a casa. E fate ‘o contrario d’ ‘e vostre paure.»
«E voi?» fece Adele .
«Io me ne vaco quando ‘a città canta senza bisogno mio.»
Ciccio si avvicinò. «Ma ‘e luci?»
Il Bluesman accarezzò le corde come si accarezza un animale stanco. «Le luci resteranno accese finché la promessa resta viva. Poi torneranno normali. Perché pure ‘e miracoli, si diventano abitudine, se fanno pubblicità.»
Un motorino passò lento, e il ragazzo alla guida—che di solito urlava—si tolse il casco e disse piano: «Buon Natale Pino .» Come se quella frase fosse una strofa musicale.
E allora Napoli fece una cosa rara: non applaudì, non gridò, non fece teatro. Si mise in cammino, ognuno verso la propria porta, portandosi dietro una luce che non era solo sopra la testa.
Il Bluesman rimase un attimo da solo, davanti all’edicola votiva. Suonò tre note, semplici, quasi infantili. Poi guardò il punto luminoso al centro del presepe di luce e sussurrò:
«Eccola. Ritrovata.»
Le luminarie, una a una, tornarono “normali”. Ma in quel ritorno non c’era delusione: c’era una specie di rispetto. Come quando un ospite importante se ne va e tu resti con la casa più ordinata, senza sapere bene come sia successo.
Il giorno dopo, la gente raccontò che era stato un guasto, un corto circuito, un’installazione nuova “interattiva”. Napoli ama spiegare, perché spiegare è un modo di toccare le cose senza romperle.
Ma Adele, quando aprì la porta e mise su il caffè per chi passava, sentì chiaramente una chitarra lontana.
Mimmo, quando chiuse prima e andò da sua figlia, sentì una nota tra i passi e le risate. Ciccio, quando chiamò suo padre con la mano che tremava, sentì una luce calda dietro il petto.
E Napoli, quella sera, senza saperlo, ritornò a cantare insieme a Pino Daniele.
Il miracolo delle luci di Natale a Napoli
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Dino De Ferraro
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