Natale Quantico ai Quartieri

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Dino De Ferraro
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Natale Quantico ai Quartieri

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Natale Quantico ai Quartieri

I vicoli dei Quartieri Spagnoli con il passare dei secoli sono diventati una costellazione verticale di lucine intermittenti. Tra i panni stesi e i murales sbiaditi, piccoli ologrammi pubblicitari fluttuanti come lucciole elettroniche: annunciano tombolate in realtà virtuale , presepi interattivi, offerte di droni per consegne lampo di struffoli e rococò.

Dicembre del 2149, ma nei vicoli il tempo sembra ancora quello di un vecchio film in bianco e nero. Solo che, accanto agli altarini della Madonna, ora pulsano piccoli totem blu: nodi della Rete Temporale Urbana, un sistema che nessuno capisce davvero, ma che tutti usano per telefonare ai parenti emigrati nelle colonie lunari con zero ritardo.

Genny, dodici anni, cappuccio tirato su e scarpe che pregano misericordia, cammina veloce tenendo stretta una scatolina di metallo opaco.

«Zi’ Marì! Zi’ Marì, stai pronta, sto arrivando!» mormorò tra sé, dribblando un drone-rider che sfrecciava basso portando pizze stampate in 3D.

Una voce metallica lo rincorse:
«Attenzione, pedone, sei in infrazione gravitazionale di livello 2.»

«Ma vai a fa’ ‘e struffoli, robb’ ‘e ferro!» borbotta lui, alzando
il bavero.



Arrivato all’altezza di un vicolo stretto, dove una vecchia bottega di riparazioni, “FUTURO & PEZZ’ ‘E RICAMBIO”, con ancora l’insegna al neon mezza fulminata. Dentro, tra cavi penzolanti e schermi rotti, una figura olografica aggiusta un televisore del 1985 come se fosse un oggetto sacro.

«Zi’ Enzo!» chiama Genny.

L’ologramma alzò lo sguardo. Sembra un uomo di sessant’anni, baffi curati, maglione natalizio con una renna pixelata. Ma il suo corpo sfarfallava leggermente, come un presepe fatto di luce.

«Ué, Genny Che faccia, sembri ‘nu panettone senza uvetta. Che è successo?»

«È per Zi’ Marì… Il sanatorio orbitale dice che nun ce la fa a tornare giù per Natale. E papà sta a lavorare sulle piattaforme solari, mamma fa i doppi turni alla mensa galattica… Stasera sto solo.»

Il vecchio ologramma si avvicina, poggia una mano trasparente sulla spalla del ragazzo. Il sensore tattile al polso di Genny vibrano appena.

«E che tieni là dentro?» domanda, indicando la scatolina di metallo.

«È ‘nu condensatore di fase…lo trovato stamattina vicino a ‘nu nodo temporale guasto. Dice il sistema che è “proprietà sconosciuta”.»

Zi’ Enzo fischia piano.
«Uà! E tu te ne vai in giro con ‘sta bomba quantica in tasca? Vien’ ccà.»


Dentro la bottega, tra una vecchia radio a valvole e un casco per immersioni neurali, Zi’ Enzo fece comparire uno schema 3D nell’aria.

«Senti a me, Genny. ‘Stu coso è ‘nu pezzo di ‘e nodi temporali. Senza, ‘o sistema sballa, capito?»

«Ma a me che me ne importa d’ ‘o sistema? Io voglio solo Zi’ Marì per Natale.»

L’ologramma sorride, malinconico.

«E si te dic’ ca, forse, ‘stu coso te po’ aiutà a vedé Zi’ Marì?»

Genny spalanca gli occhi.
«Vuoi dì che posso teletrasportarla giù?»

«Eh, magari. I teletrasporti li fanno solo ‘e ricchi sul Lungomare Orbitale… Ma esiste ‘n’ata cosa: un salto di fase locale.»

«In italiano, zio.»

«Mò t’o spiego. La Rete Temporale Urbana… insomma, ‘sti nodi blu ‘e vicoli non servono solo a chiamare la cuginanza su Marte. Collegano pure momenti diversi nello stesso posto.»

«Cioè… tipo tornare indietro nel tempo?»

«Non esattamente. Più che altro, puoi “allargare” un momento, allungarlo, farlo durare di più… o farlo incontrare con un altro momento simile. E quale momento è più simile, ogni anno, se non…»

«La notte di Natale» sussurrò Genny.

Zi’ Enzo annuì.
«Bravo, guaglió. Se colleghiamo bene ‘stu condensatore al nodo del vico d’ ‘a Madonna, forse riusciamo a farti “sovrapporre” a un altro Natale… uno in cui Zi’ Marì poteva ancora scendere al vicolo.»

Genny deglutì.
«Ma… allora la vedo giovane, zio?»

«Forse un po’ più giovane di mo’, ma sempre ‘a stessa capa tosta. Però c’è sta ‘nu problema.»

«E quale?»

«Se sbagliamo i calcoli, ti ritrovi a fa’ Natale nel 1743, in mezzo ai vicoli senza ologrammi, e t’assicuro che là manco ‘e droni ti trovano.»



«Che devo fare?» chiese Genny, stringendo la scatolina.

Zi’ Enzo si voltò verso il bancone. Alcuni circuiti cominciarono a collegarsi da soli, guidati da braccia robotiche arrugginite.

«Prima di tutto, sentiamo Zi’ Marì.»

«Ma se sta in orbita!»

«E che problema è? Pigliamm’ ‘o nodo.»

L’ologramma schioccò le dita e, dal muro esterno, un filo di luce blu attraversa l’aria, entrando nella bottega. Si curva e si concentrandosi in una piccola sfera sospesa.

Una voce gracchiante, ma viva, riempe il locale.

«Pronto? Pronto? Chi è chisto che mi disturba mentre stongo a vedé ‘o presepe olografico?»

«Zi’ Marì!» gridò Genny. «So’ io!»

«Genny Amore ‘e zì! Ma che stai facenno co’ ‘o nodo, vuoi fa’ scoppià l’orbita?»

«No, no! È Zi’ Enzo che…»

«Zi’ Enzo? Ma nun eri morto, tu?»

L’ologramma ride.
«Diciamo che so’ in pensione avanzata, Marì. Sto in formato digitale.»

«Eh, mo’ pure ‘e fantasmi diventano ologrammi… Senti, che vulite da me?»

Zi’ Enzo si fece serio.
«Marì, ‘o guaglione vuole fa’ Natale cu’ tte. E tiene in mano ‘nu condensatore di fase.»

Silenzio. Poi un sospiro lungo.

«E tu che vuoi fa’, genio? ‘O salto di Natale?»

«Te lo ricordi, allora?»

«Come me ‘o scordo? Era ‘o progetto che tenevi in testa da quando eravamo giovani. Un Natale che si ripete per chi nun può stà cu’ ‘e persone care…»

Genny si guardò intorno, spiazzato.
«Aspettate… vi conoscevate da giovani?»

Zi’ Marì ridacchiò.
«Figlio mio, tuo zio Enzo era ‘o più scemo romantico del quartiere. Voleva costruire ‘na macchina del tempo solo per rivedere ‘una che l’aveva lasciato.»

«E com’è finita?»

«È finita che è diventato ologramma prima ‘e riuscirci» tagliò corto Zi’ Enzo. «Ma mo’ ci sta tu. E ‘sto condensatore. Marì, che dici?»

Un altro sospiro dall’orbita.
«Dico che, se succede qualcosa a Genny scendo dall’orbita a piedi scalzi e ti vengo a riempire di botte, pure se sei ologramma.»



La notizia volò veloce nel vicolo, più dei droni e della rete quantica: “Genny sta per fa’ ‘na magia col Natale”. In un attimo, il vico d’ ‘a Madonna si riempì.

Vecchiette con i grembiuli olografici che cambiano colore, ragazzini con videogiochi impiantati nelle pupille, venditori ambulanti con bancarelle metà reali e metà proiettate. Sopra, luci sante e avatar di pastori digitali che avanzano verso un presepe sospeso nell’aria.

Zi’ Enzo compare in mezzo al vicolo come un santo di luce.

«Allora, popolo del vicolo! Mo’ facimmo ‘na cosa seria. Niente urla, niente spingi-spingi. Se ‘o salto riesce, per un po’ di tempo questo vico vedrà due Natali sovrapposti: chillo ‘e mo’ e chillo ‘e ‘nu poco di anni fa. Capito?»

Una bambina alzò la mano.
«E Babbo Natale lo vediamo doppio pure?»

«Se ti comporti bene, magari lo vedi pure triplo» scherza l’ologramma.

Genny si posiziona sotto il nodo temporale principale, una specie di piccolo arco di pietra con incastonato al centro un cristallo blu che pulsa a ritmo di tarantella.

«Pronto, Marì?» domandò Zi’ Enzo.

La voce della zia arrivò dagli altoparlanti della piazzetta.

«Prontissima. Sto vicino al nodo orbitale corrispondente. Quando dici ’ tre, sincronizziamo ‘e battiti cardiaci.»

«E come facciamo?» chiede Genny, confuso.

«Metti la mano sul cristallo blu» spiega Zi’ Enzo. «E pensa forte forte a quando eri piccerillo e Zi’ Marì ti portava a vedé ‘o presepe ‘e San Gregorio.»

«E se nun me lo ricordo bene?»

«Nun ti preoccupà. A volte ‘e ricordi si ricordano da soli.»



Genny posò la mano sul cristallo. Un brivido gli sale per il braccio.

«Uno…» contò Zi’ Enzo. Il vicolo trattenne il fiato.

«Due…» Il presepe olografico lampeggiò, sovraccarico.

«Tre.»

Per un istante, tutto fu silenzio. Le luci sembrano spegnersi, i rumori dei droni si dissolvono . Nel buio sospeso, Genny sente solo il proprio cuore.

Poi, all’improvviso, il vicolo esplode di suoni e colori, ma… diversi.

Le luci diventano più calde, meno perfette. Niente ologrammi pubblicitari, niente droni che sfrecciano. I murales cambiati: altri volti, altri slogan. I venditori hanno bancarelle vere, piene di frutta e dolci non stampati ma impastati a mano.

«Ma… dove sono’?» sussurrò.

Una mano gli sfiorò la spalla.

«Sta’ ‘mmiez’ ‘o Natale, guaglió. E guarda meglio.»

Si voltò. Davanti a lui, appoggiata al muro, c’era Zi’ Marì. Più giovane, sì, con meno rughe e più capelli, ma inconfondibile. Stesso sguardo furbo, stesso sorriso storto.

«Genny…»

La voce tremò leggermente.

«Zi’ Marì!»

Gli corre incontro, poi esita .

«Ti posso… toccare?»

Lei allarga le braccia.
«Si ‘o Natale nun serve manco a questo, allora che ce sta a fa’? Vieni ccà.»

L’abbraccio fu vero. Niente vibrazioni artificiali, niente lag quantico. Solo odore di profumo economico e detersivo.

«Ma… e ‘o vicolo del 2149?» chiede Genny , guardandosi intorno.

Zi’ Enzo compare poco più in là, questa volta non sfarfallante: meno rughe, una cicatrice sottile sul mento.

«Stiamo in un anello di Natale, Gennarì. Per un po’ di tempo, ‘sti due Natali convivono. Tu sei venuto a trovarci nel nostro… e qualcun altro, nel tuo, starà vedendo cose strane.»

Come per risposta, per un attimo, sul muro compare il riflesso di un drone moderno che attraversa l’aria, poi svanisce improvvisamente . Una signora si fa il segno della croce.

«Madonna mia, ho bisogno di occhiali nuovi.»


«Allora, che facciamo, ci mettiamo a piangere o c’è la godiamo ‘sta magia?» disse Zi’ Marì, asciugandosi un occhio. «Vieni, aiutami a sistemà ‘o presepe.»

Sul muretto, il presepe è tutto fisico: muschio vero, statuine di terracotta, lucine a batteria che andavano e venivano.

«Posso mettere il pastore vicino alla cometa?» chiede Genny.

«Quello è il tuo posto preferito, no?»

«Ma io… nun sono ancora nato, in questo Natale» balbetta lui, confuso.

Zi’ Enzo interviene.
«Nun ti fa’ troppe domande. ‘E tempi s’intrecciano, ma ‘o cuore sa dove deve andare.»

Lentamente, il ragazzo si rilassa . Ascolta Zi’ Marì raccontare di quando era giovane, delle lotte nel quartiere, dei Natali con pochi soldi ma tanta gente. Sente ridere il giovane Zi’ Enzo, che ancora non immaginava il destino da ologramma.

«E tu, zio, perché volevi tanto una macchina del tempo?» chiede Genny a un certo punto.

Zi’ Enzo sorride, guardando il presepe.
«Perché tenevo paura di perdere ‘e persone. Pensavo che, se potevo tornare indietro, nun avrei sofferto.»

«E invece?»

«E invece ho capito tardi che ‘o segreto non è tornare indietro… è allungare bene ‘o momento che tieni, mentre ce l’hai. Per questo, mo’, allunga ‘stu Natale, guaglió. Assapora ogni secondo.»


Si odono le campane della chiesa vicina suonare lente. Zi’ Marì guarda in alto: un filo di luce blu comincia a correre lungo i cornicioni.

«Stà finendo» disse piano.

«Che cosa?» fece Gennaro.

«‘O salto. L’anello di Natale si sta richiudendo. Tra poco torni al tuo vicolo del futuro, co’ ‘e droni e ‘e lucine intelligenti.»

Gli prede il viso tra le mani.

«Ma ricordati ‘na cosa: il vicolo può cambiare, ‘a gente può salire in orbita, ‘e ologrammi possono pure sparire… ma se tieni forte ‘e ricordi giusti, a tavola nun sarai mai davvero solo.»

«Zi’ Marì, io…»

«Nun ti preoccupà per me. Qua, in questo Natale, io sto ancora bene. E pure in quello tuo, pure se sto in orbita, mo’ so’ più tranquilla. Ti ho visto» disse, toccandosi il petto. «Mo’ posso festeggiare con tutto ‘o core.»

Il mondo iniziò a sgranarsi ai bordi, come una foto che si scioglie.

«Zio Enzo!» sbottò Gennaro, cercando con lo sguardo il tecnico. «Ci rivediamo?»

La voce di Zi’ Enzo arrivò da lontano, come attraverso un vecchio telefono.

«Ogni Natale che passi bene, ‘nu poco mi fai tornare, Genny ‘O futuro nun è solo avanti… sta pure nei ricordi che sai tenere vivi.»


Un colpo di vento elettronico. Odore di ozono e fritto. Genny riaprì gli occhi.

Era di nuovo nel vicolo del 2149. I droni sfrecciano, gli ologrammi pubblicitari lampeggiano, il presepe è tornato sospeso a mezz’aria, con le statuine in realtà aumentata.

Ma qualcosa è diverso.

Sotto il nodo temporale, una nuova statuina si è materializzata nel presepe olografico: una vecchietta con fazzoletto in testa e sorriso furbo.

«Zi’… Marì?» sussurrò.

Una voce proveniente dagli altoparlanti cittadini, collegati al sanatorio orbitale.

«Guaglió! Hai visto che bella che so’ diventata in 3D?»

Genny ride, con un singhiozzo.

«Sei sempre ‘a stessa, Zi’. Pure se stai a diecimila chilometri sopra ‘a capa mia.»

«L’importante è che sto pure qua» replicò lei. «Hann’ sincronizzato il mio avatar cu’ ‘o presepe d’ ‘o vicolo. Così ogni anno, pure se nun scendo, sto a vedé che combini.»

Un flash di luce accanto al presepe: compare anche un’altra statuina, un omino con baffi e chiave inglese in mano.

«E chisto chi è?» domandò una bambina.

Genny sorride.
«È Zi’ Enzo. ‘O tecnico ‘e Natale.»

La voce olografica del vecchio riempe il vicolo.

«Ué, popolo! Benvenuti al primo presepe olografico dei Quartieri Spagnoli. Qua, passato e futuro se pigliano ‘nu caffè assieme. Fate spazio, che mo’ passa pure ‘a cometa col Wi-Fi.»

La risata collettiva sale tra i balconi, mischiandosi alle note di una vecchia canzone natalizia napoletana remixata in versione elettronica.

Genny si mette sotto il nodo, alza lo sguardo verso il cielo dove, invisibile ma presente, l’orbita sanitaria fa il suo giro.

«Buon Natale, Zi’ Marì» dice piano. «Quest’anno, davvero, stamm’ ‘nzieme.»

Dal cielo, dalla rete, dai ricordi, la risposta arriva subito chiara:

«Buon Natale, Genny . E ricordati: ‘o tempo passa, ma ‘e vicoli e ‘l’amore nun se dimenticano mai.»
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