Esercizio numero nove

Sezione nella quale si svolgono gli esercizi previsti da questa iniziativa.
Gaetano Intile
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Esercizio numero nove

Messaggio da Gaetano Intile »

Buongiorno, ragazzi.
Ho scritto qualcosa circa la tecnica dello "show, don't tell", spero l'abbiate trovata utile.
L'esercizio riguarda quindi questa tecnica. Scrivete due scene identiche in cui siano presenti entrambe le tecniche nella medesima situazione.
Faccio un esempio:
Scena con la tecnica del "tell";

Andrea era una persona estremamente timida. Non riusciva a parlare con gli altri senza arrossire e balbettare. Ogni volta che doveva affrontare una situazione sociale, si sentiva a disagio e aveva un nodo allo stomaco. Era molto difficile per lui fare nuove amicizie o parlare in pubblico.

Medesima descrizione con la tecnica dello "show":

Andrea si trovava nel mezzo di una stanza affollata. Le persone ridevano e chiacchieravano, ma lui era tutto fuorché a suo agio. Sotto il peso dello sguardo di tutti quei sconosciuti, sentiva la sua faccia diventare rossa come un pomodoro. Cercò di nascondere la sua emozione dietro un sorriso imbarazzato, ma era evidente a tutti che era innaturalmente teso. Qualsiasi tentativo di stringere una conversazione si trasformava in un balbettio incoerente. Il suo cuore batteva sempre più forte, mentre il suo corpo si rinserrava.

Ho optato per due narrazioni, o meglio, una narrazione e una evocazione. La tecnica dello show mi ha consentito di immergermi direttamente nella situazione, di osservare i dettagli e di vivere l'esperienza insieme al personaggio, per sperimentare quindi le sue emozioni e sensazioni in modo più intenso.

Voi potete adoperare questa tecnica nel modo che vi appare più gradito, tramite un dialogo, ad esempio con una giustapposizione tra narrazione e dialogo.

Racconto con tecnica del tell: Descrizione

Era una calda giornata d'estate nel piccolo villaggio di campagna. Il sole splendeva alto nel cielo azzurro, illuminando il paesaggio circostante. Le casette di pietra si stagliavano tra le verdi distese di campi e prati fioriti, creando un'atmosfera pittoresca e tranquilla.

Nel centro del borgo si ergeva un vecchio mulino a vento, con le sue grandi pale giranti. Il vecchio mulinaio, con il volto scavato dalle rughe e gli occhi stanchi ma pieni di saggezza, era l'anima del villaggio. Con il suo umile strumento continuava a macinare grano ogni giorno, fornendo farina di qualità alla comunità.

Le persone del villaggio erano gentili e laboriose, dedite alle proprie occupazioni. Gli agricoltori lavoravano nei campi, mentre gli artigiani creavano oggetti unici che raccontavano le storie del luogo. Le donne facevano ricami delicati, arricchendo le loro case con splendide opere d'arte.

Tutte le sere, le famiglie si riunivano nella piazza principale. I bambini giocavano felici, mentre gli adulti conversavano dei fatti del giorno. Si sorrideva, si condividevano gioie e dolori, si tessevano legami di amicizia che resistevano al tempo.

Quella giornata era una di quelle in cui il tempo sembrava fermarsi. Il villaggio era allo stesso tempo un luogo di quiete e di energia, incarnando l'essenza della vita semplice ma profondamente significativa. Lì, tra quelle mura di pietra, ogni persona trovava la propria dimensione, realizzando i sogni nel contesto di una comunità che si sosteneva reciprocamente.

Racconto con tecnica dello show: Dialogo

Gabriele e Marta si sedettero su una panchina nel parco, vicino al laghetto. La brezza leggera accarezzava i loro volti, mentre il sole brillante traversava le fronde degli alberi.

Gabriele: "Guarda, Marta, quanti fiori colorati ci sono qui intorno. Sembrano dipinti!"

Marta: "Sì, sono bellissimi. Adoro l'esplosione di colori che si sprigiona da ogni petalo. Mi fa sentire viva."

Gabriele: "E i cigni nel laghetto sembrano danzare sull'acqua cristallina. Sono così eleganti."

Marta: "Sì, sono dei veri artisti. Mi piace osservarli mentre si muovono con tanta grazia. È come se il tempo si fermasse e tutto si riducesse a quel momento."

Gabriele: "Hai ragione. Questo posto è speciale. Mi fa dimenticare i problemi e mi fa apprezzare le piccole cose della vita."

Marta: "Proprio così. Abbiamo bisogno di momenti come questo, per ricaricare le energie e trovare la bellezza nelle cose semplici. È un dono."

Gabriele: "Mi sento grato per questa sensazione di pace e serenità. È come se il parco fosse un rifugio dal trambusto della vita quotidiana."

Marta: "E lo è, davvero. Possiamo venire qui tutte le volte che vogliamo, per riprendere fiato e ritrovare noi stessi."

Gabriele: "Sai, Marta, mi fa felice condividere queste esperienze con te. Sei una persona speciale nella mia vita."

Marta: "Anche tu sei speciale per me, Gabriele. Mi fa piacere vivere questi momenti insieme, perché so che posso essere me stessa senza paura di essere giudicata."

Gabriele: "Ecco perché ci troviamo così bene insieme. Siamo liberi di essere autentici, senza maschere. Grazie per essere qui con me."

Marta: "Grazie a te, Gabriele. Sono felice di condividere questo momento qui, nel nostro angolo di pace e bellezza."
Robennskii
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Robennskii »

Buongiorno Namio.

Finalmente ho terminato l'esercizio: mi appresto a postare le due versioni del medesimo racconto, prima la "Tell" poi la "Show".
Ma una premessa è d'obbligo.

Innanzitutto, si è trattato per me della prova di gran lunga ma di gran lunga più difficile tra quelle fin qui effettuate. E' anche vero che sin da subito mi sono sentito in obbligo di "ripagarti" per questo tuo impegno, sia in generale, sia in particolare per questo "Show Don't Tell" che è stata una mia espressa richiesta su cui non ti sei risparmiato.

Per questo ho voluto creare un piccolo racconto completamente nuovo. Ho creduto che scrivere finalizzando lo stile all'esercizio sarebbe stato davvero riduttivo. Perciò sono andato come mi viene naturale: il poi è stato a dir poco sorprendente.

Partendo dalla base, ho sdoppiato nelle due versioni.

Ed ecco, cambio di pronome, che ti rendi subito conto di esserti ficcato in un bel pasticcio.

C'è commistione dei due stili, per quanto ti sforzi è impossibile separare, completamente, le due cose. Puoi spingere verso una direzione, questo sì, ma prima o poi qualche incrocio lo trovi.

Gran bell'esercizio, istruttivo come pochi. Ti rendi conto di quanto importante sia il narrato; contemporaneamente, sai che puoi di tanto in tanto "sparare" qualche immagine di quelle che lasciano il segno.

Namio, non dico che sia riuscito tutto bene e in fin dei conti non importa davvero. Piuttosto, per un attimo mi è sembrato di essere entrato davvero nel "laboratorio d'anatomia" del racconto.

Fammi sapere come ti sembra, con la tua solita franchezza, con l'abituale competenza.
Robennskii
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Robennskii »

NEFERTITI (Vesrione: Tell)

Rocco, perso nel grande atrio, sollevò uno sguardo rassegnato.

Quella sarebbe stata l’estate più calda degli ultimi cinquant’anni, cosi avevano detto in tv. E non si poteva negare come l’aria fredda pompata dai condizionatori donasse un piacevole benessere; eppure, Rocco lo sentiva artificiale. Un pensiero fastidioso, come il ronzio di quei potenti motori.

Il divanetto, insolitamente basso, poteva comunque andare per assolvere il rito stagionale: assistere allo spettacolo dei visitatori del centro commerciale. Una prova autoinflitta, le cui motivazioni si nascondevano tanto in profondità da sfidare il più acuto degli scrutatori della psiche ma che, da qualche parte, dovevano pur esserci.

Veniva dalla destra una signora anziana, vestita di gran classe. Dietro di lei un batuffolo bianco, a quattro zampe. Fuffi abbaiava con insistenza, pungolato dalla fame. Ma la sua padrona andava di fretta: presa la bestiola in braccio, si diresse verso il vicino locale dell’estetista. Rocco, vedendoli passare a un palmo dal viso, credette di scorgere delle vampate di odio negli occhi dell’animale, finché una inaspettata scia di profumo chiuse la sfilata.

Rocco volse allora il capo dal lato opposto, nella direzione del chiacchierio concitato e volgare che aveva attirato la sua attenzione. Le risa sguaiate di tre sedicenni si diffondevano nel largo passaggio; le ragazze parlavano di qualcuno con toni tutt’altro che pacati. Il telefonino passò veloce da una mano all’altra, mentre la legittima proprietaria lo inseguiva e la ladra fuggiva, urlando e imprecando come un’ossessa. Qualcuno si voltò, ma i più passarono indifferenti. Rocco, dal canto suo, rimase impassibile, perso in pensieri imperscrutabili. E continuò ad esserlo anche quando, in lontananza, si profilò il contorno del Dragone.

Giungeva un tipo di mezza età, di un fascino originale almeno quanto le meches bionde che portava, con un dragone tatuato su metà corpo tanto bello da faticare a non rubare la scena. Impossibile fare a meno di pensare che una tale fierezza non sarebbe passata inosservata. Del resto, non c’era femmina che sfuggisse agli occhi dell’uomo, il cui sguardo attento, penetrante, selettivo mostrava una dedizione rara, infine ricambiata.

Rocco a quel punto sospirò, indugiando qualche secondo. In fondo, aveva visto abbastanza... i personaggi del palcoscenico che aveva di fronte li conosceva tutti, dal primo all’ultimo. Lo spettacolo poteva continuare anche senza di lui.

Scese quindi al piano interrato per tornare all'auto. Si fermò davanti alla porta scorrevole, che una signora delle pulizie stava lucidando proprio in quel momento. Senza rendersene conto, impresse l'immagine della donna nella mente, immortalandola in una frazione di secondo. Gli sembrava di averla già vista: qualcosa nel portamento, nel suo stesso viso aveva un che di conosciuto ma perso, ormai, negli abissi della memoria. Lei accennò a un sorriso gentile mentre lo lasciava passare.

Quando arrivò alla piazzola, Rocco fu travolto da una folgorazione che lo lasciò di sasso. Aveva riconosciuto quella donna... i suoi movimenti delicati, la compostezza, la regalità di ogni gesto ammantata di umiltà non lasciavano dubbi.
Era la reincarnazione della sposa di Akhenaton, Nefertiti, “la bella che è venuta in Egitto”. Aveva deciso di tornare tra noi, pensò, per inondare con la sua antica bellezza il più arido e vuoto dei deserti.

Stette con il fiato sospeso per più di qualche secondo; poi, commosso, partì. E anche se già provava nostalgia, evitò di guardare nel retrovisore per scoprire che lei no, non c’era più.
Robennskii
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Robennskii »

NEFERTITI (Versione: Show)

Rocco sollevò gli occhi. Dalle grandi vetrate dell'atrio poteva vedere fuori i campi gialli, bruciati dal sole. All’interno, i motori dei condizionatori pompavano potenti getti di fresco artificiale.

Si sistemò sul divanetto poggiando il mento sul ginocchio, lo sguardo che vagava in tutte le direzioni. Uno spettatore che attende l’inizio di uno spettacolo già visto: il passaggio dei visitatori del grande centro commerciale.

“Fuffi, smettila. Non è ora della pappa. L’estetista ci aspetta… fai il bravo, su. Ti porto io.”
Il cagnolino guardò Rocco. Negli occhi dell’animale, un odio smisurato. La bestiola, avvinghiato dalle braccia dell’anziana padrona, abbaiò ai quattro venti, il tutto mentre un suono di gingilli d’oro, braccialetti alle caviglie e tacchi a spillo accompagnava la breve sfilata, chiusa infine con un’ottima scia di eau de parfum.

Ma nuove voci già giungevano dal lato opposto. Rocco volse lentamente il capo verso le tre adolescenti che si approssimavano veloci.

“Ma è proprio uno stronzo! Perché non lo sputtani? Dammi qua il telefono, lo faccio io per te.”

“Fermati… mollalo!”

“Non mi prendi, impedita! Guarda, sto postando tutto, proprio ora!”

Qualcuno si voltò, ma i più passarono indifferenti. Non un solo muscolo si mosse sul volto di Rocco; neanche quando, in lontananza, si profilò il contorno del Dragone.

Un uomo di mezza età, dai capelli mesciati, arrivava dalla sinistra. Rocco si trovò, in men che non si dica, faccia a faccia con un dragone multicolore, tatuaggio che si snodava da un bicipite, correva lungo le spalle e ricompariva sul braccio opposto del tizio. Con fiero cipiglio, quello squadrò una bella ventenne che passava dalla parte opposta. Lei ricambiò con un sorriso neanche troppo velato.

Rocco scosse il capo, poi sospirò sconsolato. Alzatosi, proseguì verso la scala che portava ai parcheggi.

Giunto al piano interrato, si fermò davanti alla porta scorrevole. Dall’altra parte, spugna alla mano, una signora delle pulizie strofinava con pazienza il vetro; vedendolo, si fece da parte con grazia. Minuta, non più giovane, le sopracciglia fini che disegnavano un arco perfetto: Rocco, sorpreso, ricambiò la gentilezza con un cenno del capo.

Dove l’aveva già vista?

Le labbra di lei accennarono a un sorriso gentile, mentre si spostava su un lato delle due metà in movimento.

Rocco, entrato in auto, non riusciva a smettere di scandagliare la memoria. Restò con la portiera aperta per un po', gli occhi fissi su quella donna, finché non fu colto da una folgorazione:

“Ti riconosco, Nefertiti! Mia Regina: sei tornata in questo arido deserto a salvarci.”

Un velo di lacrime coprì i suoi occhi increduli; quindi, mise in moto e partì. Ma prima di lasciare il centro guardò nel retrovisore. Lei non c’era: al suo posto nient'altro che i lampi chiaroscuri del parcheggio sotterraneo, sempre più lontani.
Gaetano Intile
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Gaetano Intile »

Robennskii ha scritto: 23/07/2023, 10:24 Buongiorno Namio.

Finalmente ho terminato l'esercizio: mi appresto a postare le due versioni del medesimo racconto, prima la "Tell" poi la "Show".
Ma una premessa è d'obbligo.

Innanzitutto, si è trattato per me della prova di gran lunga ma di gran lunga più difficile tra quelle fin qui effettuate. E' anche vero che sin da subito mi sono sentito in obbligo di "ripagarti" per questo tuo impegno, sia in generale, sia in particolare per questo "Show Don't Tell" che è stata una mia espressa richiesta su cui non ti sei risparmiato.

Per questo ho voluto creare un piccolo racconto completamente nuovo. Ho creduto che scrivere finalizzando lo stile all'esercizio sarebbe stato davvero riduttivo. Perciò sono andato come mi viene naturale: il poi è stato a dir poco sorprendente.

Partendo dalla base, ho sdoppiato nelle due versioni.

Ed ecco, cambio di pronome, che ti rendi subito conto di esserti ficcato in un bel pasticcio.

C'è commistione dei due stili, per quanto ti sforzi è impossibile separare, completamente, le due cose. Puoi spingere verso una direzione, questo sì, ma prima o poi qualche incrocio lo trovi.

Gran bell'esercizio, istruttivo come pochi. Ti rendi conto di quanto importante sia il narrato; contemporaneamente, sai che puoi di tanto in tanto "sparare" qualche immagine di quelle che lasciano il segno.

Namio, non dico che sia riuscito tutto bene e in fin dei conti non importa davvero. Piuttosto, per un attimo mi è sembrato di essere entrato davvero nel "laboratorio d'anatomia" del racconto.

Fammi sapere come ti sembra, con la tua solita franchezza, con l'abituale competenza.
Sono mesi ormai che vaghiamo nei labirinti della teoria narrativa. Non dico che siano stati sufficienti per edificare le basi, ma almeno per comprendere la complessità del progetto. La tecnica dello show don't tell è un ulteriore passo in avanti. Quel "per un attimo mi è sembrato di entrare dentro al laboratorio di anatomia del racconto" è quel che accade di tanto in tanto anche a me quando mi immergo nella lettura di un testo particolarmente avvincente. Mi pare allora di aver afferrato il Sacro Graal, ma la sensazione dura un attimo, il tempo di scorrere una riga ed è già svanita.
Il tuo Nefertiti è innanzitutto un bellissimo racconto, dal finale struggente e quindi ti faccio i miei complimenti. Nella versione raccontata è perfetto. La versione evocata (lo show) acquista bellezza e fluidità ed è riuscita in alcuni punti più di altri.
Il dialogo tra le tre adolescenti è perfetto, ad esempio, rende molto bene quel che frulla per la testa a quel gruppo di giovanissimi che incrocia Rocco.
Il breve dialogo della signora col cane va bene, ma poi, per forza di cose, hai dovuto narrare per far dire cosa pensava il cane della situazione. Si sa, gli animali non pensano. Però Fuffi aveva negli occhi un odio smisurato, quindi forse i cani pensano. Perché non approfittarne? E ancora, l'incontro dell'uomo di mezza età con la ventenne potevi gestirlo con un altro dialogo, da cui poteva evincersi cosa pensasse quell'uomo, o con un discorso indiretto. Del genere, l'uomo aveva fermato la ragazza con una scusa e le aveva chiesto se per caso non fosse la sorella di Tea. Lei sorrise, aveva capito, ma rispose divertita...
Il finale è splendido così com'è.
Dunque per me nel complesso hai raggiunto l'obiettivo dell'esercizio.
Giorni fa ho ripreso in mano Il grande Gatsby di Fitzgerald. Scritto adoperando la tecnica jamesiana dello scorcio. Magari passato agosto ci proviamo.
Ottimo lavoro, Roberto.
Ultima modifica di Gaetano Intile il 15/09/2023, 15:36, modificato 1 volta in totale.
Giovanni p
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Giovanni p »

Buongiorno signori,

sto lavorando all'esercizio da proporre.
purtroppo ho scritto una storia, ma il risuktato non è quello sperato, ne scriverò un'altra al più presto.
Giovanni p
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Giovanni p »

Buongiorno a tutti,

spero abbiate passato un buon agosto.

Questo è il mio esercizio, dove purtroppo ho trovato molti limiti che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora mi debba esercitare. La prima cosa che ho notato con fastidio è che molte volto più che aver sostituito lo SHOW al TELL ho invece cambiato una descrizione per un'altra migliore. Sto rileggendo con cura tutti i post di Gaetano, che trovo utlili ed esaurienti, credo che ci vorrà un po' di tempo per raggiungere un livello sufficiente.

Ringrazio Gaetano in anticipo per la lettura con tutti voi.



- Starò via almeno un mese - disse Ian mentre riempiva la valigia sbuffando con le braccia che gli facevano male - quindi la casa è tutta tua.
Suo fratello annuì senza alzare gli occhi dal cellulare.
- vedi di non combinare casini, la casa voglio ritrovarla come l'ho lasciata. Continuò Ian mentre suo fratello era concentrato a vedere i risultati della Serie A.
La zip della valigia si chiuse, Ian la sollevò sentendo le braccia tremare.
- e per favore- disse Ian di fronte alla porta di casa- cerca di disturbarmi il meno possibile, non vado in vacanza.
Suo fratello alzò il pollice destro senza staccare lo sguardo dal telefono, Ian scosse la testa e se ne andò sbattendo la porta. Appena uscito di casa i suoi muscoli bollire , entrò velocemente in auto e altrettanto velocemente mise in moto e partì. La campagna non era lontana, lì la città non si vedeva né si sentiva. Per tutto il viaggio imprecò contro gli anziani che ogni maledetto sabato mattina si mettono alla guida rallentando il traffico. La campagna arrivò dopo circa mezz’ora d’auto e dopo altri quindici minuti Ian poté parcheggiare la sua auto davanti alla casa che aveva comprato pochi anni prima, all’inizio di un bosco di querce. Non perse tempo, scaricò la spesa che finì velocemente nel frigo e il portatile che andò in carica, poi si buttò a letto e ci rimase fino al giorno dopo. Erano le sette del mattino quando si svegliò, la casa era piacevolmente fresca e gli unici rumori che sentiva erano quelli degli uccelli che popolavano il bosco. Una volta sveglio mise la moka sul fuoco e andò in bagno a farsi un doccia. L’acqua impiegò un po’ per diventare tiepida, ma la cosa non lo scoraggiò, la città che aveva lasciato era un forno, quindi una bella doccia fredda gli piacque. Dopo essersi asciugato accese il pc e aprì la pagina del suo ultimo romanzo, quello che avrebbe dovuto consegnare dopo qualche mese. Rilesse tutto con calma mentre sorseggiava il caffè, non era male. Il romanzo, rimasto a mezzo da un po’ di tempo, narrava di un tizio che viene catapultato in altre dimensioni grazie a dei cristalli che gli permettevano di viaggiare nello spazio. Un buon romanzo fantastico che però aveva dei vuoti narrativi importati, ma che Ian avrebbe riempito in quel periodo di vita monastica nei boschi. D’altronde non aveva avuto tempo per poterlo curare bene, negli ultimi periodi aveva lavorato tanto, si era arrabbiato troppo e aveva dormito poco. Rilesse ancora una volta gli ultimi capitoli e ringrazio che quel computer non fosse connesso ad internet, porno e stupidaggini del genere lo avevano distratto molto ultimamente. Si sgranchì sulla sedia in legno che lo racchiudeva, finì il caffè e chiuse gli occhi. Era bloccato da tempo su un paesaggio che non riusciva più a vedere, ovvero una cattedrale persa su un pianeta alieno, una scena spettrale dove il protagonista sarebbe stato messo alla prova da mille difficoltà e avrebbe dovuto lottare per la sua sopravvivenza. Dopo qualche minuto di buio Ian riaprì gli occhi, niente.
- Poco male- disse alzandosi – faccio due passi e ci penso.
Si alzò, mise la macchinetta nel lavello e una volta uscito s’incamminò verso il bosco. Passo dopo passo sentì le sue gambe più sciolte e la schiena più libera.
- Smog del cazzo – disse inspirando aria fresca – come fa uno a concentrarsi se respira di merda?
Sorrise e pensò a quanto l’aria sia anch’essa come il cibo e l’acqua fonte di energia per il cervello.
- Aria buona, idee buone! Disse allungando il passo verso la foresta.
La camminata durò un’ora, aveva percorso quasi sei chilometri quando si fermò di fronte ad un masso ombreggiato da un enorme leccio. Si stese su quel masso, lo conosceva bene, e chiuse di nuovo gli occhi. Il fresco gli svuotò la mente, riuscì chiudere gli occhi e sentire il sonno incombere senza però cedere e stavolta qualcosa apparve, ma non l’inferno che doveva buttare giù su carta. Rivide suo nonno e tutte le volte che insieme erano andati a cercare i funghi, rivide le estati passate in quelle campagne dopo la scuola e tutte le esperienze che ne erano scaturite. La cattedrale e suoi spettri non apparvero, ma Ian si rallegrò del fatto che la sua mente, benché spesso sopraffatta da molte cose noiose e futili, fosse una cassaforte inviolabile per quanto riguardava il suo patrimonio più importante, cioè i ricordi.
Rimase a scaldare il masso ancora per un po’, poi si alzò con l’allegria nel cuore e si rincamminò verso casa. Sentì la testa più salda, ma l’idea per il romanzo non arrivava. Non poteva trattenersi in eterno, doveva lavorare. Camminando ripensò a Jack Kerouac ed al suo Big Sur, anche lui aveva provato ad isolarsi per ritrovare se stesso, o meglio per salvarsi, ma non ci era riuscito. Ian sorrise di Kerouac e poi di se stesso, non aveva un vizio da quale fuggire, ma un libro da scrivere. Arrivò a casa sudato, ma non stanco, e dopo aver chiuso la porta mise subito le mani sulla tastiera. Le sue dita iniziarono a tamburellare sui tasti quando il telefono squillò.
- Chi è? Domandò arrabbiato.
- Sei diventato cieco? – gli rispose suo fratello dall’altra parte – non lo vedi che sono io?
Ian alzò gli occhi al soffitto e si trattenne dal bestemmiare.
- Che cosa vuoi? Domandò spazientito
- Posso chiamare un po’ di gente a casa?
- Per quanto?
- Questo fine settimana.
- Ti avevo detto che non volevo essere disturbato!
- Preferivi che chiamassi gente senza dirtelo?
Ian si asciugò il sudore dalla fronte e disse:
- Chiama chi cazzo ti pare, basta che chiudi camera mia.
- Ricevuto
- Vaffanculo e chiudo!
Suo fratello riattaccò senza aggiungere altro, Ian era nervoso al massimo, chiuse il pc e se ne andò a letto.
Riaprì gli occhi che erano le ventuno, aveva fame e non aveva sognato nulla. Si alzò dal letto e si trascinò in bagno dove si lavò il viso stando a poi a fissare la sua faccia allo specchio mentre le gocce d’acqua scendevano dalla sua faccia glabra.
- Fanculo Pietro!
Quell’ingiuria diretta a suo fratello racchiudeva tutta l’invidia e la rabbia che li legava indissolubilmente in un amore profondo che nessuno vedeva, ma che loro due sentivano come una fiamma nei loro toraci. Si asciugò il viso, odiava suo fratello per l’interruzione di poco prima, per la sua barba perfetta e folta come i suoi capelli mossi, per la leggerezza con la quale viveva la sua vita e per il semplice fatto di non averlo lì con se. Buttò l’asciugamano sul lavandino e prese a pettinarsi i suoi sottilissimi capelli lisci, stava diventando calvo malgrado stesse spendendo una fortuna in prodotti specifici per le calvizie, Pietro poteva lavarsi i capelli con il sapone per i piatti, aveva una foresta nera che gli cresceva sul cranio. Uscì dal bagno e guardò fuori, il sole si stava abbassando, non aveva mangiato ma soprattutto non aveva scritto una riga. Chiuse gli occhi e lasciò che le sue mani gli massaggiassero la faccia, niente cattedrale su nessun cazzo di pianeta sperduto, niente orrori, nulla di nulla.
- Fanculo!
Ian prese le chiavi dell’auto uscì di casa sbattendo la porta e salì in auto. In poco tempo raggiunse la città dalla quale era scappato per cercare l’ispirazione che gli consentisse di buttare su carta un mondo spaventoso e gli orrori che ne derivano. Rise di sé, era scappato in paradiso per scrivere dell’inferno.
- All’inferno devo tornare, almeno per stanotte.
L’auto si fermo in una zona che Ian conosceva bene.



Esercizio 9 nuovo


- starò via almeno un mese - disse Ian mentre riempiva la valigia con stanchezza - quindi la casa è tutta tua.
Suo fratello annuì con noncuranza.
- vedi di non combinare casini, la casa voglio ritrovarla come l'ho lasciata. Continuò Ian mentre suo fratello a malapena lo ascoltava.
La zip della valigia si chiuse, Ian la sollevò accusando lo sforzo.
- e per favore- disse Ian di fronte alla porta di casa- cerca di disturbarmi il meno possibile, non vado in vacanza.
Suo fratello alzò il pollice destro senza staccare lo sguardo dal telefono, Ian scosse la testa e se ne andò sbattendo la porta. Appena uscito di casa sentì che la città gli stava succhiando le ultime energie, entrò velocemente in auto e altrettanto velocemente mise in moto e partì. La campagna non era lontana, lì la città non si vedeva né si sentiva. Per tutto il viaggio imprecò contro gli anziani che ogni maledetto sabato mattina si mettono alla guida rallentando il traffico. La campagna arrivò dopo circa mezz’ora d’auto e dopo altri quindici minuti Ian poté parcheggiare la sua auto davanti alla casa che aveva comprato pochi anni prima, all’inizio di un bosco di querce. Non perse tempo, scaricò la spesa che finì velocemente nel frigo e il portatile che andò in carica, poi si buttò a letto e ci rimase fino al giorno dopo. Erano le sette del mattino quando si svegliò, la casa era piacevolmente fresca e gli unici rumori che sentiva erano quelli degli uccelli che popolavano il bosco. Una volta sveglio mise la moka sul fuoco e andò in bagno a farsi un doccia. L’acqua impiegò un po’ per diventare tiepida, ma la cosa non lo scoraggiò, la città che aveva lasciato era un forno, quindi una bella doccia fredda gli piacque. Dopo essersi asciugato accese il pc e aprì la pagina del suo ultimo romanzo, quello che avrebbe dovuto consegnare dopo qualche mese. Rilesse tutto con calma mentre sorseggiava il caffè, non era male. Il romanzo, rimasto a mezzo da un po’ di tempo, narrava di un tizio che viene catapultato in altre dimensioni grazie a dei cristalli che gli permettevano di viaggiare nello spazio. Un buon romanzo fantastico che però aveva dei vuoti narrativi importati, ma che Ian avrebbe riempito in quel periodo di vita monastica nei boschi. D’altronde non aveva avuto tempo per poterlo curare bene, negli ultimi periodi aveva lavorato tanto, si era arrabbiato troppo e aveva dormito poco. Rilesse ancora una volta gli ultimi capitoli e ringrazio che quel computer non fosse connesso ad internet, porno e stupidaggini del genere lo avevano distratto molto ultimamente. Si sgranchì sulla sedia in legno che sembrava un piccolo trono, finì il caffè e chiuse gli occhi. Era bloccato da tempo su un paesaggio che non riusciva più a vedere, ovvero una cattedrale persa su un pianeta alieno, una scena spettrale dove il protagonista sarebbe stato messo alla prova da mille difficoltà e avrebbe dovuto lottare per la sua sopravvivenza. Dopo qualche minuto di buio Ian riaprì gli occhi, niente.
- Poco male- disse alzandosi – faccio due passi e ci penso.
Si alzò, mise la macchinetta nel lavello e una volta uscito s’incamminò verso il bosco. Passo dopo passo sentì il suo fisico rinvigorirsi.
- Smog del cazzo – disse inspirando aria fresca – come fa uno a concentrarsi se respira di merda?
Sorrise e pensò a quanto l’aria sia anch’essa come il cibo e l’acqua fonte di energia per il cervello.
- Aria buona, idee buone! Disse allungando il passo verso la foresta.
La camminata durò quanto un piccolo trekking, aveva percorso quasi sei chilometri quando si fermò di fronte ad un masso ombreggiato da un enorme leccio. Si stese su quel masso, lo conosceva bene, e chiuse di nuovo gli occhi. Il fresco lo aiutò a rilassarsi, riuscì quasi a dormire e stavolta qualcosa apparve, ma non l’inferno che doveva buttare giù su carta. Rivide suo nonno e tutte le volte che insieme erano andati a cercare i funghi, rivide le estati passate in quelle campagne dopo la scuola e tutte le esperienze che ne erano scaturite. La cattedrale e suoi spettri non apparvero, ma Ian si rallegrò del fatto che la sua mente, benché spesso sopraffatta da molte cose noiose e futili, fosse una cassaforte inviolabile per quanto riguardava il suo patrimonio più importante, cioè i ricordi.
Rimase a scaldare il masso ancora per un po’, poi si alzò con l’allegria nel cuore e si rincamminò verso casa. Quel bosco lo stava ristorando, ma l’idea per il romanzo non arrivava. Non poteva trattenersi in eterno, doveva lavorare. Camminando ripensò a Jack Kerouac ed al suo Big Sur, anche lui aveva provato ad isolarsi per ritrovare se stesso, o meglio per salvarsi, ma non ci era riuscito. Ian sorrise di Kerouac e poi di se stesso, non aveva un vizio da quale fuggire, ma un libro da scrivere. Arrivò a casa sudato, ma non stanco, e dopo aver chiuso la porta mise subito le mani sulla tastiera. Le sue dita iniziarono a tamburellare sui tasti quando il telefono squillò.
- Chi è? Domandò arrabbiato.
- Sei diventato cieco? – gli rispose suo fratello dall’altra parte – non lo vedi che sono io?
Ian alzò gli occhi al soffitto e si trattenne dal bestemmiare.
- Che cosa vuoi? Domandò spazientito
- Posso chiamare un po’ di gente a casa?
- Per quanto?
- Questo fine settimana.
- Ti avevo detto che non volevo essere disturbato!
- Preferivi che chiamassi gente senza dirtelo?
Ian si asciugò il sudore dalla fronte e disse:
- Chiama chi cazzo ti pare, basta che chiudi camera mia.
- Ricevuto
- Vaffanculo e chiudo!
Suo fratello riattaccò senza aggiungere altro, Ian era nervoso al massimo, chiuse il pc e se ne andò a letto.
Riaprì gli occhi che erano le ventuno, aveva fame e non aveva sognato nulla. Si alzò dal letto e si trascinò in bagno dove si lavò il viso stando a poi a fissare la sua faccia allo specchio mentre le gocce d’acqua scendevano dalla sua faccia glabra.
- Fanculo Pietro!
Quell’ingiuria diretta a suo fratello racchiudeva tutta l’invidia e la rabbia che li legava indissolubilmente in un amore profondo che nessuno vedeva, ma che loro due sentivano come una fiamma nei loro toraci. Si asciugò il viso, odiava suo fratello per l’interruzione di poco prima, per la sua barba perfetta e folta come i suoi capelli mossi, per la leggerezza con la quale viveva la sua vita e per il semplice fatto di non averlo lì con se. Buttò l’asciugamano sul lavandino e prese a pettinarsi i suoi sottilissimi capelli lisci, stava diventando calvo malgrado stesse spendendo una fortuna in prodotti specifici per le calvizie, Pietro poteva lavarsi i capelli con il sapone per i piatti, aveva una foresta nera che gli cresceva sul cranio. Uscì dal bagno e guardò fuori, il sole si stava abbassando, non aveva mangiato ma soprattutto non aveva scritto una riga. Chiuse gli occhi e lasciò che le sue mani gli massaggiassero la faccia, niente cattedrale su nessun cazzo di pianeta sperduto, niente orrori, nulla di nulla.
- Fanculo!
Ian prese le chiavi dell’auto uscì di casa sbattendo la porta e salì in auto. In poco tempo raggiunse la città dalla quale era scappato per cercare l’ispirazione che gli consentisse di buttare su carta un mondo spaventoso e gli orrori che ne derivano. Rise di sé, era scappato in paradiso per scrivere dell’inferno.
- All’inferno devo tornare, almeno per stanotte.
L’auto si fermo in una zona che Ian conosceva bene.
Gaetano Intile
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Giovanni.
Mi dovresti specificare quale versione è Show e quale Tell.
Giovanni p
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Giovanni p »

Buonasera, Gaetao

la prima parte è il Tell la seconda è lo Show.

Grazie mille.
Gaetano Intile
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Re: Esercizio numero nove

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Giovanni. Ti avevo chiesto di specificare quale fosse la versione Tell e quale la Show, perché i cambiamenti, quindi le diffenrenze, tra le due versioni sono minimi. E mi sono trovato in difficoltà a individuare i due tipi. A mio avviso, sia nel primo racconto, quanto nel secondo, hai utilizzato un medesimo schema: quello del Tell.
La voce narrante, il narratore, è impersonale e assume il punto di vista del protagonista Ian alla ricerca dell'ispirazione per il proprio romanzo: racconta (quindi Tell) quanto sta avvenendo.
Nella versione evocata, ossia in quella Show, avresti dovuto, in qualche modo (tramite dei dialoghi ad esempio), illustrare, evocare, al lettore quanto invece hai raccontato.
Puoi benissimo vedere i due racconti di Roberto: Nefertiti in versione tell e, il successivo, in versione show. Nel primo Rocco racconta quanto gli accade, come fa il tuo narratore di Ian. Nel secondo, invece, gli avvenimenti sono evocati altrimenti. Roberto ha scelto la via dei dialoghi. Particolarmente riuscito, secondo me, è quello tra le adolescenti. Nel breve dialogo tra loro possiamo vedere quanto e più ci mostra la voce narrante del racconto precedente. E in modo molto più naturale e veloce.
Spesso ciò che è raccontato appesantisce la narrazione con inutili descrizioni e un infodump latente. Mentre quanto viene evocato, la tecnica dello show, ci comunica, a noi lettori, con naturalezza, quanto all'autore preme farci sapere e poco altro.
Nella fuga di Ian nei boschi alla ricerca dell'ispirazione, avresti potuto giocare con i ricordi e fare in modo che Ian pensasse e ricordasse. Così come il dialogo con il fratello poteva essere occasione per far dire ai due qualcosa, invece di raccontarla dopo.
Insomma, nella versione evocata, mostrata, il narratore deve farsi un po' da parte.
Spero di esser stato chiaro.
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