Officina del Racconto - presentazione

"Officina" come luogo, dove si può imparare a capire cos’è un racconto, dove poter apprendere le tecniche costruttive della narrazione, almeno le più elementari.
Si organizzeranno corsi strutturati in varie lezioni.

Moderatore: Gaetano Intile

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Gaetano Intile
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Officina del Racconto - presentazione

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— Perché Officina e non Fabbrica?
Perché già nel suo significato italiano officina riporta a un luogo del fare, ma artigiano più che industriale, come invece fabbrica. L’origine del termine rinvia a un opificina od opificio, la cui etimologia si rinviene nel latino opus facěre, ossia il luogo ove l’artigiano costruisce la propria opera. Mentre il termine racconto nell’etimologia riporta invece a un contare rafforzato, contare dal verbo latino compŭtare, il quale conserva come più antica origine (come nella radice) l’idea del comunicare.

Allora, officina come luogo, in prima battuta, dove si può imparare a capire cos’è un racconto.
E, più in fondo, il luogo dove poter apprendere le tecniche costruttive della narrazione, almeno le più elementari.

— Nel termine narrazione si ritrova la radice indoeuropea GNA, la quale indica il conoscere, il render noto: e infatti la ritroviamo nel sanscrito gnanam, dal significato di cognizione, o nel latino gnoscere, col significato di conoscere, e tutti ricordiamo il socratico γνῶθι σεαυτόν, gnothi seautòn, conosci te stesso.
Ma dall’identica radice nasce anche la parola latina gnarus, consapevole, o il suo opposto ignarus, tanto simile all’ignaro italiano.
Dunque narrare come composto di gna conoscere, o essere consapevoli, unito al verbo latino agere: di conseguenza portare a conoscenza, rendere noto, si può definire come il fine stesso della narrazione, come ci ricorda e insegna l’etimologia, che è una ricerca assieme delle origini e del senso di ogni parola.

— Chi è pertanto lo scrittore, il narratore, colui che narra e dunque anche colui che scrive racconti, come novelle o romanzi, cioè opere in prosa, se non colui o colei il cui intento è comunicare e trasmettere una conoscenza per mezzo delle parole?
Lo scrittore è colui che parla, applica, insulta e riverisce, accoglie e rifiuta, insinua e chiarifica, spiega e nasconde e infine ordina.
Ebbene sì, ordina, perché la prosa — a differenza della poesia il cui termine ha un’origine semantica del tutto diversa dalla narrazione e legata alla ποιεσιϛ,la capacità di creare — è l’Arte del Discorso.
Discorso inteso come ordine, e la cui materia è sempre significante, cioè le parole non sono oggetti, o creazioni, come in poesia, ma designazione di oggetti, di cose create.

— In prosa non si tratta di sapere, come in poesia, se le parole, o i versi, siano esteticamente valide dunque abbiano valore proprio come oggetti, ma se esse riescano a strutturarsi in modo da rendere comprensibili ad altri dei concetti.
La costruzione di concetti o di strutture di pensiero è il fine ultimo del discorso, e quindi del narrare.
A quanti sarà infatti capitato di ricordare delle idee ma non le parole precise che le hanno espresse?
Ciò appunto perché, a differenza delle parole poetiche le quali ci si presentano come oggetti di per sé di cui è necessario il ricordo esatto (recitare una poesia a memoria) al fine di replicarne il senso e la consistenza estetica, le parole in prosa sono degli strumenti al servizio di un’idea.
E quindi, se le parole del poeta possono sussistere come pura contemplazione fine a se stessa, costruzione di oggetti da poter conservare e trattare come tali, le parole dello scrittore sono affatto differenti: esse sono azione, si possono vedere, vivere, incontrare, con loro ci si può scontrare, per loro ci si può dividere, le si possono contestare.
Se il poeta contempla le parole, lo scrittore le adopera, se ne serve.
E pertanto allo scrittore, e solo a lui, si può chiedere: tu, autore, ma perché scrivi? Per quale motivo ti sei lanciato nell’impresa di scrivere quel che sto leggendo?
Un’impresa che non può avere come scopo la contemplazione fine a se stessa: perché l’intuizione poetica può anche esigere il silenzio, ma l’invenzione della prosa ha come fine ultimo il linguaggio, ossia la necessità di comunicare con qualcuno e a qualcuno.
Narrare è comunicare.

— Lo scopo ultimo del racconto è identico al linguaggio: comunicare qualcosa a qualcuno.
La domanda fondamentale da porre quindi a chi si accinge a scrivere un racconto è: hai qualcosa da dire agli altri? Qualcosa che valga la pena di essere detto e sentito dagli altri?
E in quel vale la pena è implicito un sistema di valori e di idee su cui lo scrittore deve poter contare.
Narrare è agire per mezzo della comunicazione.
E, d’altra parte, nominare una cosa significa fargli perdere la sua innocenza: nel momento in cui diamo un nome alla condotta di un individuo, noi gliela riveliamo. E se la riveliamo a lui la riveliamo anche agli altri in modo che lui sappia di essere stato visto e conosciuto dagli altri.
Le parole, il discorso, dello scrittore dis-velano (dal greco alethéia=verità, perché la verità va svelata, non la si trova comodamente sotto casa) il mondo e quell’azione furtiva che rischiava di non esser scorta comincia a esistere anche per gli altri che prima non vedevano. Così l’individuo, la cui condotta è stata svelata potrà ostinatamente continuare ad agire come prima, oppure tornerà sui propri passi, ma non potrà essere ignorato. Perché narrare rende consapevoli, sottrae dall’ignoranza.
Di conseguenza, mentre dico il mio discorso io svelo una realtà e nel farlo progetto di cambiarla. La svelo a me stesso e agli altri con l’intenzione di cambiarla.
Quindi lo scrittore è un uomo, o una donna, che ha scelto la parola per agire.
E agire attraverso la parola è un particolare tipo di azione, ma pur sempre un’azione, un fare.

— La seconda domanda che uno scrittore deve farsi è: quale realtà voglio svelare, di quale aspetto del mondo mi voglio occupare? Quale cambiamento voglio provocare nelle vite degli altri?
Lo scrittore deve sapere che la parola è azione, che svelare è cambiare, e quindi non si può svelare senza progettare di cambiare; e non si può progettare di cambiare senza avere un saldo nucleo ideologico e valoriale a sorreggerlo e a mostrargli la via. Uno scrittore non offre un quadro imparziale della società e della condizione umana, ma sempre offre la sua cornice, il proprio punto di vista, il proprio mondo.
Dunque lo scrittore che siamo dipende dall’uomo o la donna che noi siamo.
Ed ecco perché chi scrive deve leggere ed aver letto di tutto, voracemente e insaziabilmente.

— La terza domanda da rivolgere a uno scrittore riguarda il silenzio.
Perché il silenzio si definisce in rapporto alle parole come la pausa musicale prende significato dalle note che l’affiancano: tacere non significa essere incapaci di parlare, ma rifiutarsi di farlo.
Perciò, se uno scrittore sceglie di tacere su un argomento gli si deve chiedere? Perché hai scelto di parlare di questo e di tacere di quell’altro?
Lo scrittore è tale perché ha scelto di dare valore alle parole di cui si serve.
Ciò a differenza del poeta, il quale adopera le parole per quel che sono e non per quel che valgono, affinché possano essere sottratte al loro essere mero strumento di rappresentazione, così da arrischiare all’Aperto oltrepassando l’ordine del discorso.
Come scriveva Heidegger in Perché i poeti : “Di questo dire sono capaci i poeti i quali non accumulano senso, non cantano per questa o quella cosa, ma per nulla.”
Ma questo nulla non è il niente, ma ciò che il Discorso deliberatamente tace.
“Essi dicono il taciuto”. I poeti dicono il taciuto.
Quindi sfidano l’ordine precostituito del Discorso in quella totale assenza di protezione che è propria di chi si avventura all’Aperto per arrischiare senza calcoli.
Per questo Heidegger aggiunge che i poeti sono i più arrischianti tra gli uomini, ma per questo sono anche i più dicenti, mentre gli altri si trattengono nei “modi di dire” perché a loro il linguaggio non dice, perché agli altri il linguaggio serve.
Ecco, lo scrittore deve avere ben chiaro questo: a differenza del poeta a lui il linguaggio serve e pertanto deve assoggettarsi a delle regole, a dei codici, a leggi scritte e consuetudinarie, all’ordine unilaterale del discorso, all’ordine della significazione, dove le parole, finalizzate dal senso, non parlano, ma recitano, come dice Foucault, l’ordine del discorso, che controlla, seleziona, organizza, distribuisce le parole al fine di padroneggiarne il senso.
Senso equivalente al controllo rigoroso di tutti i termini.
Il discorso, il narrare dunque come senso e ordine.
Ciò non significa, una volta a conoscenza della legge, che non si possa provare a ignorarla e volutamente violarla, come fece Joyce nelle sue opere da Gente di Dublino a Finnegan Wake passando per l’Ulisse, in modo da avvicinarsi al Dire dei Poeti.
Ma, il punto è, quel volutamente che implica consapevolezza di ciò che si viola.

— Pertanto il mio sforzo prova a circoscrivere quel luogo dove la legge, i codici, le regole, il senso e l’ordine del discorso vengono portati alla luce, svelati, per poi mi auguro, da negatore di ogni metafisica compresa quella del linguaggio, esserne sciolti, liberati, questa volta però consapevolmente, perché la libertà non può essere una soggettività illimitata, ma una ricerca dei limiti della soggettività.
Questa è la breve premessa di ordine ideologico dell’Officina del Racconto.
Ma la tirannia del Discorso ne esige anche una di ordine metodologico.
Il mio tentativo è quello di addentrarmi nell’Analisi del Testo Narrativo, consapevole della fluidità della materia narratologica suscettibile di profondi cambiamenti, anche lessicali, da autore ad autore, per veleggiare tra le principali figure — le Figure di Gerard Genette — in modo da inquadrarle e immagazzinarle al fine di esserne consapevoli così da poterle adoperare.

— Per cui l’Analisi del Testo Narrativo andrebbe approfondita nei punti da me indicati con lettere (da A a L) e dai numeri in subordine.
In particolare, vi sarà una prima parte di base e propedeutica, che va dalla lettera A) alla lettera C) e una seconda da mettere in mano a chi abbia già digerito la prima tranche del discorso, non subito, ma in un futuro prossimo.
A ogni passaggio ciò che mi propongo è in primo luogo una disamina concettuale delle varie figure come indicate nel Forum, seguita dalla compilazione da parte dei partecipanti, di volta in volta, di una serie di esercizi di scrittura cretativa in cui provare a mettere in pratica i contenuti oggetto della disamina per poi poterli discutere col gruppo.
Ultima modifica di Gaetano Intile il 12/03/2023, 18:44, modificato 1 volta in totale.
Giovanni p
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Re: Officina del Racconto - presentazione

Messaggio da Giovanni p »

Buongiorno Namio

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Massimo Baglione
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Re: Officina del Racconto - presentazione

Messaggio da Massimo Baglione »

Ciao Giovanni, benvenuto!
Siamo ancora in rodaggio :-)
Robennskii
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Re: Officina del Racconto - presentazione

Messaggio da Robennskii »

Eccomi. Leggo ora dell'inizio del tutto. Innanzitutto complimenti, la presentazione è talmente ricca di significato da valere l'intero forum.

Cerco di orientarmi tra le sezioni: ma per prima cosa vorrei comprendere come ricevere le notifiche. Un messaggio arrivato in data 8 lo leggo solo ora.

Un attimo di pazienza che ci sincronizziamo.
Gaetano Intile
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Re: Officina del Racconto - presentazione

Messaggio da Gaetano Intile »

Roberto ha scritto: 12/03/2023, 18:29 Eccomi. Leggo ora dell'inizio del tutto. Innanzitutto complimenti, la presentazione è talmente ricca di significato da valere l'intero forum.

Cerco di orientarmi tra le sezioni: ma per prima cosa vorrei comprendere come ricevere le notifiche. Un messaggio arrivato in data 8 lo leggo solo ora.

Un attimo di pazienza che ci sincronizziamo.
Non c'è fretta, Roberto, io mi collego ogni giorno.
Ho proposto, per iniziare, la lettura di Rosso Malpelo, di cui riporto il testo, e un paio di esercizi che leggi nella sezione apposita. Ho speso qualche riga sul racconto. Si comincia da Analisi del contenuto.
Se avete domande sono a disposizione. Via messagistica di Assonuoviautori, o via mail personale, che ho inviato a tutti i partecipanti.
Ben trovato
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