Il dono (di: digitoergosum)

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Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Robennskii »

Gatti. C’è chi crede che siano numi senza stirpe, spiriti universali dotati di poteri magici, soprattutto quando hanno il manto fulvo. Il loro modo di restituire all’uomo sta’ nel portargli alla soglia un topo masticato il necessario, perché sanno che ha modificato l’istinto predatorio, perché non sa più cacciare e gli occorre il cibo, il soccorso. Se stai per morire ti arrivano accanto, poi se ne vanno sembrando indifferenti a cercare nuove prede o a rovistare dentro ai cassonetti.
Il randagio aveva il pelo biondo rame e pareva “quello” tranne che una divinità. Condivideva coi clochard la strada e le stagioni, nient’altro.
Ma non quella sera d’inverno, quella notte di Vigilia. Calcando la neve fresca, lasciandola di passo in passo dietro, il felino si fermò alla giusta distanza, annusò la scatoletta del tonno ancora unta d’olio che c’era a terra, la leccò, levò in alto il muso e la studiò, la guardò risoluto come chi firma un armistizio con il nemico. Solo dopo s’infilò dentro il cartone.
- Ciao micio. Mi spiace, è finito – e lo accarezzò.
Lei non ricordava di averlo consumato. Quel triste tonno in scatola probabilmente recuperato era stata la sua cena, un’ottima cena, da regina. Pur sorpresa, lasciò entrare l’animale facendo attenzione a proteggere dagli artigli la sua bambola col vestitino color pesca e macchie d’olio, con le trecce di lana bionda infeltrite e con gli occhi di plastica che una volta erano stati azzurri come quelli di Aurora.
Non le era mai successo, i gatti di strada non sono i compagni più socievoli, vivono ai margini dello spazio vitale dell’uomo, ma lui era particolare: se ne stava sornione a prendersi le carezze e a ricambiare baci col vezzo gattesco di leccare. Del resto, a chi non piacerebbe qualche coccola nel tepore del cartone, quando fuori nevica? Specialmente quando si tratta dello scatolone di un televisore, leggero, profumato di pulito, cellulosa e stranamente d’ospedale. I migliori sono quelli dei tivù al plasma, che si trovano facilmente nelle discariche: ampi, rinforzati, pieni di imbottitura a bolle d’aria che puoi usare per cuscino. E tengono caldo.
Non le importava molto di quella invasione randagia, ne coglieva il buono, il tepore animale. Il suo sogno si era avverato: si trovava dove, da molto tempo, desiderava trascorrere la notte di Natale. Sdraiata su una panchina di ferro intarsiato, prossima alla riva del fiume di San Pietroburgo, si guardava intorno come farebbe un pioniere davanti al nuovo mondo. Scendevano abbondanti dei fiocchi candidi, eppure non faceva freddo. Anzi, di colpo lei sentì caldo, come nelle notti d’agosto sotto l’androne della stazione ferroviaria di Sestri Levante.
Maria si alzò e sedette, facendo scivolare sul prato la coperta di pluriball dei clochard. Tolse da un trolley, recuperato anni prima dentro un cassonetto, un piccolo quadro che custodiva gelosamente e lo poggiò con attenzione contro la spalliera della panchina. Poi bevve da un cartone di Tavernello l’ultimo sorso di vino, tolse il berretto blu di lana che le copriva le orecchie, sganciò la spilla da balia con cui teneva chiuso un cappotto senza più bottoni e si sdraiò nuovamente. Sentendosi di nuovo regina, in quel breve spazio che separava lo scorrere quieto del Neva e il parco dal soffice manto brillante, alzò la testa per assaporare la magnificenza del Palazzo d’Inverno. Era uno scenario molto diverso da quello dei lontani colonnati di San Pietro. Per un tacito accordo con la Chiesa, lei e quelli come lei trovavano ospitalità in Vaticano. In tanti vi si recavano e, senza clamore, ricevevano, da prelati silenziosi e discreti, qualcosa da mangiare. L’imponenza della Basilica romana, esaltata dalla cornice dei massicci fusti di marmo che si allineavano alla vista, era splendida.
San Pietroburgo suscitava però un altro fascino, quello della realizzazione di un sogno agognato. Tanti anni prima aveva visto, dietro la vetrina di un’agenzia di viaggio, l’immagine del Natale nella incantevole città russa. Se ne era da subito innamorata: un grande giardino con la fontana che si trovava a fianco all’Hermitage, abbellita da una meravigliosa cascata di zampilli luminosi; poi lampade, cristalli di neve e una galleria di archi traforati, che con i lampioni gialli creava un ambiente dove era inevitabile fantasticare; sognare di trovarsi lì con Aurora.
D’improvviso, si sentì prendere per mano con una stretta lieve. Si alzò di scatto e fu sorpresa di vedere una bambina con un vestitino color pesca, come quello della sua bambola ma senza macchie d’olio. Forse era proprio Aurora, non la vedeva da almeno vent’anni. Sapeva ciò che gli altri vagabondi raccontavano su di sé, lei stessa lo raccontava: in un’altra vita era stata madre di due gemelli, i suoi Bambini Gesù, come amava chiamarli.
Il randagio era lì e, grazie al suo istinto sorprendente, sapeva che stava accadendo un fatto eccezionale, unico, più importante delle coccole a cui, suo malgrado, doveva rinunciare.
- Aurora, sei tu bambina mia? Cosa ci fai qua? Non è un posto per te – il giaciglio di cartone scivolò a terra.
- Perché no? Se ci stai tu posso starci anche io.
Maria era strana, gli altri dicevano che era matta, ma quelli non capivano nulla. Non era stupida, ne era certa. La vita girovaga le diceva che il bello non può essere contenuto dal “reale”. Quella non poteva essere la sua bambina, non la figlia che lei aveva abbandonato fuggendo quando, bollata come stramba e pericolosa, era stata imbottita di psicofarmaci. E nel momento del sospetto, la stretta di mano divenne più importante.
- No. Non sono Aurora, Mamma. Sono Gesù Bambina, come mi hai sempre sognato e chiamato. Avevi ragione, sai? Gesù aveva una gemella che si chiamava come lui.
Quante cose belle le stavano accadendo! Maria si trovava a San Pietroburgo, non aveva più freddo e scopriva di non essere pazza, come tutti volevano farle credere. Più di tutto, Gesù Bambina esisteva davvero e si trovava lì, in quell’istante, proprio di fronte a lei!
Di colpo ebbe paura: nelle strade diseredate devi stare in allerta anche quando dormi, perché vengono a rubare sia il poco tuo, sia quello che hai sottratto a un altro.
- Non puoi essere Gesù Bambina, mi hai chiamato mamma. Tu sei Aurora, anche se non assomigli molto a tuo nonno. Ricordo ancora quando andavo con lui a raccogliere funghi: portava nella tasca destra dei pantaloni una castagna matta come portafortuna e tornavamo sempre con il cestino pieno.
A questo punto Maria esitò un momento, chiedendosi se non stesse sognando.
- E se fosse? Il sogno è quel momento perfetto che condividiamo con Dio. Anche lui ama sognare cose belle.
- Ma tu mi leggi nel pensiero?
- Non pensi che Gesù Bambina possa farlo?
- Si, lo può fare. È la mia Aurora che non verrebbe mai a trovarmi.
Maria si tolse dalla stretta della bambina, prese in braccio la bambola, si parò con un’espressione altera, dignitosa e cortese, così buffa per una clochard, e le disse:
- Signorina Gesù, La ringrazio per essere venuta a trovarmi. Si può fermare qui con me se lo desidera, ma Lei non può essere anche Aurora, non vorrebbe vedermi se lo fosse. Preferisco continuare a guardare le luminarie del Palazzo d’Inverno.
- Va bene, allora. Hai sempre fatto un po’ di confusione, ma non è poi così importante. Sono Aurora, Mamma – e trasse dalla tasca una castagna matta – e ora starò sempre con te, vivremo sempre assieme.
La clochard sentì di avere le lacrime pronte a sgorgare.
- Se fossi Aurora, ne sono certa, non saresti qui, non potresti perdonarmi. Tu non puoi ricordare, e da qualche parte io ricordo, e bevo vino. Forse, stasera ne ho bevuto troppo.
La bambina era incantevole nel suo vestito di pesca, sulle sue labbra un sorriso grato.
- Ricordo Mamma. E so cosa ti fa star male. So che hai voluto proteggermi. Ci sei riuscita.
- Cosa ricordi, amore mio?
- Ricordo che io e mio fratello eravamo bambini. La maternità ti aveva sconvolta, ti sentivi inadeguata, eri tanto, tanto stanca. Non ci riguardava: volevamo le carezze a tutti i costi. Eravamo i tuoi due Bambini Gesù, temevi facessimo la tua stessa fine e non sapevi come proteggerci da te stessa. Avevamo un anno e ci aggrappavamo alle tue vesti fino a tirare e strappare il vestito per giungere al seno. E un giorno ci scansasti con un gesto di stizza facendoci male, molto male. Anzi, no, quest’ultimo fatto non lo ricordo, non ricordarlo nemmeno tu, Mamma.
- Amore mio, Aurora, vivevo la colpa di non sentirmi madre protettiva. Volevo proteggervi. Con tuo fratello non ci sono riuscita. Ho letto il suo nome su un giornale buttato nei giardini pubblici: c’era droga, violenza, morte!
Il suo Bambino Gesù aveva scelto la propria strada, lei aveva abbandonato anche lui per salvarlo ma era stato tutto inutile.
- No, Mamma. Non hai trovato per caso quel giornale. Te l’ho fatto trovare io. E te ne ho portato anche un altro, qualche tempo dopo, ricordi? Quello con l’articolo sulla mia prima mostra di tele, dopo essermi laureata in belle arti. So che ti sei privata anche del mangiare per molto tempo, pur di raggranellare qualche soldo e comprare un mio piccolo quadretto.
E si voltò, riconoscente, a guardare la piccola opera pittorica che Maria aveva addossata alla panchina.
- Ho provato, sai, a entrare alla mostra. Avevo messo il cappotto bello, che ancora aveva i bottoni, ma non mi hanno fatta entrare. E poi, non avrei certo potuto farmi riconoscere: mi vergognavo.
- Lo so, Mamma.
Sostituì quell’ultimo pensiero scomodo con un nuovo ricordo.
- Come sta Giuseppe, tuo padre?
- Non ha mai smesso di pensarti, ti ama ancora Mamma. Anche se è ancora un po’ arrabbiato con te e quello che sembrava un angelo, Gabriele, per quella storia strana che avevate provato a raccontargli.
- Ma tu sei Gesù Bambina o Aurora?
La piccola la strinse più forte, la attrasse con tenerezza.
- Ora dobbiamo andare Mamma, è ora. Presto saremo assieme; tu, i tuoi due Gesù e Giuseppe.

Maria sbarrò gli occhi, dimenticò di colpo il Palazzo d’Inverno perché si era finalmente ricongiunta con Aurora, la sua bambina che, solo ai suoi occhi, non era mai cresciuta. Si lasciò condurre via felice.
Blanca, così ordinaria con i capelli raccolti a crocchia e gli occhiali, non aveva una grande considerazione di sé. Il camice, che nascondeva le forme aggraziate, non l’aiutava. Pensava spesso, troppo a quel ragazzo andato che l’aveva conquistata dicendole che riusciva ad accarezzargli la mente, che era speciale e rappresentava “qualcosa di più”. Lei ci aveva creduto per anni e per anni si era sentita parte di lui, anche quando tiravano la cinghia perché l’amato aveva perso il lavoro. Pensava ad Antonello, a perché non aveva funzionato. Lei era così speciale che con Antonello andò a puttane, lui andò a puttane, uno strano modo per convincerla.
Quell’esperienza disastrosa, lungi dal farle sorgere degli interrogativi sul prossimo, aveva invece minato la fiducia in sé stessa. Continuava a chiedersi cosa vi fosse in lei di meritevole, non era neanche capace di tenersi stretta un uomo. Tutti dovrebbero avere un dono che comprovi il senso di un’esistenza. Non ne trovava alcuno in sé stessa: forse non valeva la pena di vivere una vita inutile come la sua. Così pensava.
- Infermiera, è tornato! – urlò il primario – Siamo in un ospedale. Come è possibile che un gatto se ne vada a spasso per le corsie? Veda di cacciarlo.
Blanca sospirò, colta da una strana morsa al cuore. Aveva studiato filosofia e poi, per rappresaglia nei confronti dei genitori padroni, frequentato un corso come infermiera professionale. Commistione di studi che, quando si viene colti da un attimo di debolezza nei reparti di un nosocomio, induce a tristi riflessioni sulla morte anzitempo. Se il micio compariva, da ultima nella scala gerarchica, le delegavano quel compito indesiderato, non rientrante nei doveri della categoria. Lei non l’aveva mai visto in realtà, i dottori mandavano lei a cercarlo perché “risolveva il problema”. Eppure cercandolo, seguendolo avvertiva come un richiamo, una sensibilità istintiva frutto di un talento naturale, che la faceva giungere puntualmente in prossimità di un moribondo.
Quella sera lavorava nel turno della Vigilia. La clochard, una donna minuta, senza nome ed età, era in fin di vita. Lo dicevano le attrezzature mediche che la monitoravano. Il fantomatico gatto l’aveva infine condotta da lei. La poverina era stata tormentata e cosparsa di benzina da balordi che non sapevano come passare il tempo. Stava morendo sedata, drogata, sognava qualcosa, gli occhi chiusi mostravano una intensa attività. L’infermiera entrò in empatia, sperò che non soffrisse troppo per le gravi, diffuse ustioni. Le stette vicino, come faceva con tutti i morenti che non avevano persone care al capezzale, tenendole la mano con caritatevole compassione. Arrivò al suo letto giusto in tempo, gli ultimi due minuti. Le prese il palmo, lo tenne stretto a sé fino a quando, venuto a mancare il polso, la sfortunata senzatetto, con un ultimo sorriso, sbarrò gli occhi, la fissò e disse qualcosa di strano, probabilmente aveva capito male, e se ne andò per sempre. Le era parso di sentire la poverina dire:
- Grazie, Gesù Bambina. Grazie Aurora.
Predispose con mestizia il protocollo per i casi di decesso e poi tornò ai suoi compiti, con una tristezza grande che le attanagliava il cuore, quello stesso cuore che non riusciva a comprendere quale fosse il senso della propria esistenza.
E la vita continuava a scorrere lenta come il Tevere, come il Neva, mentre soffici fiocchi coprivano le orme di un gatto che, con passo quieto, sapendo che avrebbe trovato lei o un’altra Blanca da qualche parte, si allontanava dall’ospedale verso un nuovo cartone.
Robennskii
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Robennskii »

Richiesta di digitoergosum:

Questo è il racconto che intendo presentare a un concorso letterario che ha scadenza il 20 febbraio. Il titolo, l’argomento a tema, è “Donne, la forza di cambiare il mondo”. Vorrei concludere col gatto che porta un topino a Bianca, ma faccio fatica idearlo. Mi date una mano?
E sarei grato se mi segnalaste i punti deboli del racconto. Non mi offendo mai e con tutti cresco.
Barbaluca
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Barbaluca »

Un racconto intenso ed emozionante a metà tra l'onirico e il reale.
C'è, forse, qualche descrizione eccessivamente minuziosa che toglie un po' di ritmo al racconto ma questo, secondo me, va molto a gusti per cui non mi sento di condannarla e di consigliarti di allegerirla.
Il finale a me, devo essere sincero, è piaciuto molto e non lo cambierei con il gatto che porta un topino a Bianca, i topini che il gatto porta nella mia visione di lettore del tuo racconto, sono i moribondi che segnala di volta in volta.
Secondo me, invece, è sbagliato il punto di stacco tra le due sezioni del racconto che deve essere spostato due righe più in basso dopo "Si lasciò condurre via felice".
Carla Ebli
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Carla Ebli »

Mi piace come ruota la vicenda attorno alla figura del gatto.
Lavorerei molto su alcune parti da togliere per lasciare spazio anche al lettore.
Alcune parole vanno sostituite perché fanno a stridere con la leggera fluidità del racconto che ha toni delicati e non bruschi.
C'è una parte, una sola , che temporalmente non funziona.
Alcuni aggettivi come genitori padroni, quel padroni li toglierei perché è inutile dato che si intuisce. E al lettore piace anche intuire.
Quindi dovrai lavorare ancora un po' per asciugare e togliere quello che è in più in modo da dare più forza al racconto.
Nel complesso direi che è un buon lavoro, costruito bene. Ora tocca a te lavorare di lima, il grosso li hai fatto. Bravo
Gaetano Intile
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Gaetano Intile »

Naturalmente non ha attinenza col tema della Bottega, anche se la tua Maria è una sconfitta dalla vita. Ma la sua sconfitta ha un sapore di sacrificio metafisico che secondo me mal si accorda con tema in sé. Sarò dunque breve. La voce narrante è impersonale e segue le vicende della Sacra Famiglia da lontano. I tempi verbali sono generalmente esatti, il registro adeguato. Come lettore ho visto un tentativo di riproporre la suggestione di una Sacra Famiglia adeguata ai tempi, con Maria però al centro protagonista e un Gesù di sesso femminile che accompagna la madre verso il sacrificio di sé. Per un ateo professo come me manca un po' il senso del sacrificio e dell'incontro tra madre e figlia, né il fatto in sé mi ha suscitato particolari emozioni, ma il racconto è diretto a un lettore diverso da me, e quindi non aggiungo altro.
A contorno c'è il meta racconto del gatto. Che di solito è associato a una figura demoniaca anche in letteratura (Il Maestro e Margherita di Bulgakov uno su tutti), e qui invece, singolarmente, sembra preannunciare il contrario. Il meta racconto del gatto, a mio avviso, dovresti concluderlo in modo più esplicito, così come forse dovresti dire qualcosa di più sul rapporto tra Maria e Aurora (che però mi ricorda La bella addormentata). E dovresti provare a dire cosa significa veramente per te questa passione della clochard, non limitarti a rimandarcela come una imitazione della Passione originale. Anche Maria si sacrifica, ma perché? Perché ama l'umanità come suo figlio/a o perché è stata semplicemente scelta da Gabriele (e da Dio, che rimane nell'ombra)? Un'altra parte che fatico a inquadrare è quella dell'accostamento tra San Pietroburgo e Roma, o del passaggio tra una città e l'altra. Il significato per la fede di Roma è lapalissiano, ma San Pietroburgo? Se l'intenzione è di far riferimento all'ortodossia greco-orientale dovrebbe essere Mosca, o Costantinopoli.
Curiosamente dalla Sacra Famiglia è assente il Padre. Dio, si sa, è Uno e Trino, anche se la svolta iconoclasta e monofisita della Chiesa Ortodossa a suo tempo ha messo in discussione la cosa, come il culto di Maria, per schiacciare l'occhio all'Islam iconoclasta e monofisita. Per fortuna è arrivata l'imperatrice Irene che ha messo a posto le cose. È stata canonizzata dalla Chiesa Romana e da quella Costantinopolitana, peccato che abbia dovuto far accecare e uccidere il figlio per questo, insieme a qualche migliaio di martiri iconoclasti. Ma si sa, la strada del Paradiso è lastricata da buone intenzioni e da cattive azioni.
digitoergosum
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da digitoergosum »

Ciao a tutti coloro che mi hanno risposto e aiutato a sistemare questo mio racconto. Ho già tagliato molto di questo racconto pubblicato in cima, anche per contributi che mi sono giunti privatamente. È colpa mia se non giungo al lettore, se infine devo spiegarlo (cosa che m'infastidisce). Ho ancora molto da imparare. Ripeto, è colpa mia. Il racconto nasce in un contest del Natale su DT, sito letterario originale e valido che la maggior parte di voi conosce. In quel mentre leggevo della condanna di tre balordi che avevano dato fuoco, uccidendolo, a un clochard, mi sembra nel Veneto. E stavo riascoltando una canzone, Giulia di Venditti, che da ragazzo ho amato alla follia. Ho pensato a una favola adulta, dove una clochard drogata e sedata in attesa di morire in ospedale, tramite un dono che la stessa Blanca non sa di avere, stringendo una mano riesce ad accompagnare in fondo una persona diseredata facendole credere quello che la moribonda crede gli occorra per abbandonare il mondo. Ci sono anche espedienti letterari che richiamano alla Sacra Famiglia, soprattutto in chiave critica, con un intuibile tradimento in famiglia tra Maria, Giuseppe e Gabriele, che presento ben diverso dall'arcangelo. E introduco il problema del post partum. Anche questo è stato un elemento che mi ha convinto a scrivere questo racconto. Quando mio nipote, che amo da morire, aveva un anno mi sono trovato a casa di mia nuora e parlavamo. Il bimbo era stizzito perché voleva il seno della madre. Quello che ha combinato quel bambino innocente eppure prepotente, mi ha sconvolto. Le ha strappato letteralmente il vestito per arrampicarsi al seno, e mi sono chiesto (da uomo, da padre, non da madre forse abituata) come fosse possibile che lei non gli tirasse un ceffone. Lei non poteva, non voleva, e lo capisco, scoprire il seno davanti a me. Riepilogando: ribadisco che ho ancora molto da imparare sullo scrivere, anche perché conto probabilmente troppo sull'impegno del lettore a comprendere il messaggio che (solo a me, evidentemente) è chiaro. Non capisco spesso letture squisitamente filosofiche che non badano al sodo e che ricercano studi che l'autore nemmeno si sogna di riprendere e addirittura di conoscere. Grazie a tutti.

https://www.vadoingiappone.it/informazi ... iapponese/
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Susanita
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Susanita »

Cosa accade negli ultimi istanti della nostra vita? Davvero ci passano davanti agli occhi o nella mente i ricordi più salienti di essa? E ci sarà qualcuno o qualcosa che ci terrà per mano, quando affronteremo con paura o con serenità “quel momento”? È un argomento ancora molto tabù, che possiamo ignorare, alla fine è l’unica certezza che abbiamo nella vita, quindi… o possiamo parlarne per esorcizzare tanti dubbi.
In questo racconto ci ho visto proprio la narrazione del momento della morte di Maria (mi permetto di suggerirti di inserire fin dall’inizio, col primo Lei, il nome della protagonista, per maggior chiarezza e per aiutare il lettore a inquadrare fin da subito i protagonisti): sola, al freddo, sotto un cartone, in compagnia di un gatto. E proprio in questo momento arrivano i ricordi, il sogno di un viaggio che forse non avrà fatto realmente, i desideri di rivedere almeno la figlia, per spiegarle le scelte di una vita. Scelte giuste o sbagliate che siano state, sente il bisogno di chiedere perdono. Una Maria persa tra quella che è la dura realtà e quei sogni che aveva accantonato. Il tutto è nella sua testa in modo disordinato, i momenti della vita attuale e i ricordi si affastellano e bene hai reso questo disordine. Alla fine il gatto, indifferente anche alla drammatica conclusione della vita di Maria, continuerà la sua vita raminga, mentre una sconosciuta la prenderà per mano. La figura del gatto è interessante: opportunista, che profitta di quello che è rimasto del pasto della donna, del suo ultimo calore in una notte fredda, e poi se ne va. Un po’ come la personificazione del Destino: il suo compito è terminato, quello che doveva accadere era accaduto. Punto.
Non inserirei la parte del gatto che porta un topolino a Blanca: il finale è già a posto così.
Per quanto attiene la struttura del testo, e qui entrano in gioco anche i miei punti di vista come lettrice, la scrittura è in certi punti ricercata, con un lessico curato e i termini selezionati con attenzione, ma in alcuni punti semplificherei, per alleggerire un poco la lettura, rendendola ancora più fluida.
Eviterei ad es. le spiegazioni che nulla aggiungono alla trama, in quanto conosciuti dal lettore (la storia dei cartoni delle tv al plasma, o il dettaglio che tra i compiti dell’infermiera non ci sarebbe di scacciare un gatto). Diamo al lettore la possibilità di metterci del suo, asciugando alcune frasi rendendole più incisive, magari andando a capo per dare spessore a una certa azione, ad es. dopo “sganciò la spilla da balia con cui teneva chiuso un cappotto senza più bottoni e si sdraiò nuovamente” oppure Sognare di trovarsi lì con Aurora merita una passaggio tutto suo, per la durezza del momento.
Robennskii
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Robennskii »

Prima di buttare giù il mio commento, non ho potuto fare a meno di leggere quelli già presenti. In giornata posterò il mio.
Perdonatemi se vado fuori tema ma confido nella comprensione: questa Bottega la sto cercando di puntellare giorno dopo giorno, tramite contatti praticamente quotidiani con il webmaster Massimo Baglione. Questo è anche il motivo per cui sto 'partecipando' poco in questo periodo.

Ci tenevo a fare i complimenti a voi nuovi arrivati: ho trovato tutte le osservazioni non solo pertinenti, ma davvero di livello. Avete molto da offrire, lo sapevo già ma bello ricevere una conferma sul campo. La nostra Susanita sta per essere inserita nel gruppo degli Artigiani, spero che anche gli altri, vista la competenza dimostrata, lo faranno.

Anche perché, non dimentichiamolo, una volta 'dentro', sarete di volta in volta chiamati a sviluppare una traccia che rispecchi tema e condizioni predefinite.

Qui non ci sono gare ma il premio è assicurato, quello di mostrare i propri testi ad altri sguardi, differenti sensibilità e riceverne un riflesso.
Robennskii
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Robennskii »

Va detto, innanzitutto, che il livello del testo è sicuramente alto. Se critiche possono essere mosse, vanno portate in profondità.

Iniziamo dal finale: tutti, a fattor comune, hanno consigliato di lasciarlo com'è. Mi accodo più che concorde, che il topo resti dov'è. Immagino che ciò possa un po' togliere forza al titolo (detto in altri termini, immagino che nel titolo si nascondesse anche un po' di questo) ma "il dono" è già identificabile (e richiamato a sufficienza.

Il commento di Susanita mi trova allineato su tutto. Con Marcello ci conosciamo ormai da anni, e potrà confermare quante, ma quante volte gli ho evidenziato la necessità di "abbassare" il tiro con il linguaggio. Spesso gli parlo di "downgrade", termine forse poco elegante ma efficace.

E ancora, anch'io eviterei alcune frasi esplicative che spezzano la lettura, per quanto riconosco a Marcello di aver fatto un ottimo lavoro di revisione avendole portate quasi a zero. Vanno tagliate per dare più forza al racconto.

Pienamente centrati i due consigli di anticipare il nome della protagonista e portare lo stacco della seconda parte tre righe dopo. Impeccabili, Marcello.

Una particolare attenzione l'ho data al commento di Namio (Gaetano Intile) che, mi sembra, sia concentrato sul contenuto. Concordo, non è il tema richiesto ma Namio ha saputo in più ben spiegare perché. Quindi, corretto lo spostamento su questa Sezione che è libera" (peraltro, la consegna voleva un racconto di circa diecimila battute).

C'è in particolare il nesso San Pietroburgo-Roma che non riesco neanch'io a focalizzare bene. Attenzione, non dico che non sia d'effetto, anzi confesso è anche molto bello quindi lascialo pure. Ma l'osservazione ci sta.

La figura del gatto è davvero particolare, e qui mi pare anche Namio non abbia avuto nulla da eccepire, se non consigliare un finale più 'concreto'. Dico la mia, a me è piaciuta tanto, due terzi della trama vi sono imperniati sopra e il randagio ne rappresenta forse la trovata più originale.

Concordo però sulle altre note, fatte salve quelle di carattere "religioso" che, per motivi personali, eviterei di affrontare. E che, per lo stesso motivo, consiglierei allo stesso autore di valutare con cura prima di lanciarsi in pericolosi paralleli: la sensibilità, il credo, perfino come dice Namio il non- credo portano a reagire differentemente. Non ho la stessa cultura del nostro bravissimo collega e riesco con sforzo a seguire un certo filo critico, lo confesso. Ma avverto una verità di fondo e un warning per tutti noi.

Aggiungo che sì, andrebbe anche approfondita l'origine della storia, il perché del sacrificio.

Infine, un commento tutto mio. Un gran bel testo, per certi versi perfino poetico. Impatta emotivamente, sa toccare le corde giuste assegnando al personaggi dei ruoli non scontati.

La figura dell'infermiera è commovente, forse perché la più realistica a mio modo di sentire. Lo spunto è ottimo, l'ambizione, giustamente, alta. Secondo me, Marcello, ti sei avvicinato di molto alla vetta. Asciugare il testo, affinare qualche link temporale con l'aggiunta di altri dettagli che facciano maggior luce sull'accaduto e ci arrivi.
Gaetano Intile
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Re: Il dono (di: digitoergosum)

Messaggio da Gaetano Intile »

Beh, ragazzi, con Marcello ci conosciamo letterariamente da anni. E non ha bisogno che gli ricordi la mia stima. Scrive bene, e lui lo sa. Il mio accenno alla svolta monofisita e iconoclasta, nella descrizione della Sacra Famiglia, non voleva essere un motto arguto, né una battuta sardonica, o beffarda. Era una riflessione un po' amara su come siano cambiate le prospettive, e le aspettative, nel sentimento di ciascuno verso la Chiesa e i suoi dogmi. La lotta iconoclasta ha costituito un punto di rottura gigantesco tra il mondo cristiano orientale e quello occidentale e ha forgiato il nostro modo di sentire e vedere il mondo, e lo è tutt'ora tra l'islam e il mondo cristiano in generale, e segna le differenze tra noi e loro. Il termine ortodosso indica appunto il ritorno della Chiesa d'Oriente alla iconodulia e quindi alla ortodossia delle immagini e del culto mariano. Oggi è invece molto facile affrontare temi fondamentali per la nostra storia e la nostra evoluzione e per le differenze che oggi esistono tra noi e gli altri, con riferimento al mondo islamico in generale, e questo mi dà da pensare. Conoscere la storia serve ad avere qualche strumento intellettuale per decifrare il presente. Ma non è neanche questo il punto, il punto è il racconto. Secondo me, quando si comincia a scrivere bisogna avere ben chiaro il tema del racconto. È il perché si scrive, l'ho ripetuto fino alla nausea, il motore immobile del nostro scrivere. Il tema è anche il fil rouge che tiene insieme trama e intreccio. E, per paradosso, il perché si scrive non importa neanche che sia chiaro od evidente al lettore. Perché ogni testo può avere differenti piani di lettura, e quindi differenti temi, nascosti l'uno dentro l'altro, come in un palinsesto, e a cui ciascuno ha accesso secondo le proprie facoltà. Però il tema, o i temi, devono essere chiari all'autore. Tema che non va confuso con trama o intreccio. Spero di riuscire a spiegarmi. Ecco, da lettore, i temi del racconto non mi sembrano ben delineati, si intravedono, ma l'autore, a mio modo di vedere, volutamente o meno, li lascia sospesi, non li approfondisce, per quanto sia possibile in un breve racconto. E ciò alla fine lavora a detrimento dell'efficacia generale del racconto.
Ecco, direi che vi è un nesso tra un tema ben delineato e l'efficacia della narrazione in cui esso è inserito.
Se tu autore non vuoi dirmi niente, io perché, lettore, devo darti ascolto? Per amore dell'estetica fine a se stessa? Ma allora è il come si scrive che diventa tema, e siamo al punto di partenza.
Quindi sì, lasciamo perdere i cartoni della tv al plasma, perché quel tipo di imprecisione una buona rilettura li evidenzia, ma quello che mi importa qui è la sostanza. Non il come si scrive, perché Marcello non è certo un dilettante alle prime armi ma un professionista serio, però alle volte gli fa difetto quella precisione chirurgica, che spesso a me in primis fa difetto, nell'individuare il motivo portante del suo scrivere.
Mi scuso con tutti quanti, alla prossima.
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