Disfatta esistenziale / Rimpianto

Esecuzione proposta da singoli, affinamento con l’intervento del gruppo.

Moderatori: Gaetano Intile, Robennskii

Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Mi sembra perfetto, Namio.
Comprendo come l'intervento su questa mia introduzione sia stato focalizzato sulla tua prima critica, la principale.
Non posso che confermare l'efficacia del risultato e, soprattutto, l'insegnamento da portare "a casa".

Namio, ho inserito una nuova frase in rosso, molto importante per "puntellare" la trama. Se vuoi dargli un'occhiata cortesemente: la lascerò nella versione definitiva se ok.

Poiché il testo è giudicato finito, procederemo nella Sezione Rassegna a completamento del ciclo. In tal modo avremo dato dimostrazione del senso di questo progetto: una vera lavorazione artigianale per giungere al prodotto finito.

Segue versione definitiva di:
La Vecchia Stazione
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Bepi accartocciò il foglio: odiava atteggiarsi a poeta. Troppo l'inchiostro versato nella sua vita per sentirsi degno di vette così alte. Si affacciò sul terrazzo, davanti a un panorama che non lo annoiava mai. Da lassù poteva osservare, nelle giornate limpide, la linea delle colline fondersi con quella del mare. Quello era l'attimo della malinconia, quei ricordi che, come i colori mescolati dalle mani di un pittore esperto, avrebbero riempito le forme.

Sedette di nuovo allo scrittoio fissando la penna adagiata su un foglio immacolato, restando immobile, insensibile a tutto ciò che stava attorno. Ma non al gelido tocco dei minuti, immateriale e tuttavia pesante come un macigno. Da tanto, troppo tempo, l’ispirazione languiva, sepolta dalla cenere del passato. Questo lo turbava; non doveva accadere a chi, come lui, aveva sin da giovane dimostrato di avere piena coscienza dell’ineluttabilità del Tempo. Lui, il celebre scrittore che si era sempre detto pronto ad affrontare, un giorno, lo spettro del sipario chiuso, dei riflettori spenti su un palcoscenico deserto. Un finale che si sarebbe rivelato impietoso, seppellendolo senza alcuno scampo.

Vetro… tutto era vetro. Muri, libri, mobili: perfino la pietra possedeva un’anima. Ogni cosa gli parlava, facendogli rivivere quei momenti che, seppur piacevoli, sottostavano alla legge naturale del «sottile dolore»: quella che rende il rimpianto tanto intenso quanto più bello il ricordo. I brutti episodi invece no, quelli aveva imparato a schivarli con rara maestria.

Ma la croce che ogni uomo cela nel profondo s’infiamma nella notte. Così al calare del buio un sussurro tornava a farsi sentire, riaprendo una vecchia ferita.

L’aria fredda del mattino lo salvò dal vortice della tristezza. La decisione di uscire si era dimostrata saggia, almeno quanto lasciarsi alle spalle le nuvole del passato. Si era incamminato sul sentiero che lambiva il vicino paese senza entrarvi; durante il percorso incrociò dei passanti con cui poté scambiare qualche parola. Ma, giunto al bivio, prese un'altra direzione proseguendo per la vecchia stazione.

Una ragazza, le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, stava seduta di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Per un istante gli vennero in mente i ricordi che quel luogo evocava: le campagne appena arate, le albe gelide, le mattine di nebbia quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso. O le volte che, giunto in ritardo, vedeva il lampo rosso dei fanali di coda farsi sempre più lontano. Ricordò perfino lo scappellotto che il “Bagigi”, come chiamavano il capostazione in paese, gli mollò dopo averlo sorpreso mentre orinava, insieme agli amici, nella siepe dietro la cabina. Le bravate di un’età spensierata.

Poi arrivò lei, Ludovica. Ludo, come fu per Bepi negli anni che seguirono quel primo incontro quando, vedendola, realizzò fino a che punto l’altra metà del mondo poteva rivelarsi irresistibile. Frequentavano lo stesso liceo, per questo avevano iniziato a viaggiare insieme. Non ci volle molto per conoscersi e innamorarsi: tutto andò come doveva andare. Il primo bacio, le emozioni del cuore, poi quelle del corpo… infine la passione, sempre meno timida, sempre più intima.

Era la storia di tanti ragazzi della loro età. Quella di strade che, un giorno, si dividono senza preavviso.

Ma era tempo di tornare al presente e Bepi, lasciando i ricordi dove stavano, avanzò sulla banchina calcando i passi per farsi sentire, in modo da non sorprendere la ragazza. Lei sembrava davvero giovane, non più di quindici anni; quando lo scorse gli sorrise, con uno di quei moti spontanei tipici della gioventù. Quelli che lui aveva dimenticato.

-Scusami, non volevo spaventarti. Sono sorpreso di trovare qualcuno, è tanto che non tornavo qui. Mi chiamo Giuseppe, vivo appena fuori dal paese. Dammi del tu, se vuoi.

-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ qui, nella vecchia stazione.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Mia nonna è originaria di questo paese, anche se non ha mai voluto tornarci. Lei resta in città mentre io salgo con i miei genitori. Abbiamo una casa.

Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo. Eppure, qualcosa era andata storta: da un mese all’altro lei si trasferì con tutta la famiglia poiché il padre, da quanto si seppe in giro, aveva trovato un impiego altrove, di quelli che non si potevano proprio rifiutare.

Questo, almeno, fu quanto credettero i paesani.

- Che succede, Ludo?

- Qualcosa non va. Sono in ritardo di otto giorni: mia madre sa e sta cominciando a chiedere se non abbiamo fatto qualche stupidaggine.

- E tu?

- Io non so che raccontarle, Bepi. Ma sento qualcosa di diverso in me. Ho paura che sia accaduto: credo di essere incinta.

Gli eventi li travolsero. Le rispettive famiglie sbandarono e i due, nell’unica occasione che ebbero di esprimersi di fronte ai genitori, non manifestarono una concordanza d’intenti. Lo scandalo era dietro l’angolo: Ludo pianse lacrime amare di fronte alla possibilità di un aborto. Rifiutava con tutta sé stessa l’idea di farlo, senza neanche pensare ai rischi che l’intervento clandestino avrebbe comportato. Bepi invece non disse nulla… un silenzio che si sarebbe rimproverato per tutta la vita.

Quanto più grandi di noi possono rivelarsi certi errori, soprattutto quelli che ci sorprendono nella gioventù.

Da allora i due cessarono di vedersi. La famiglia di lei era scomparsa in un lampo e nel paese la vita aveva continuato il suo corso cancellando, con la magia che solo il Tempo poteva compiere, il ricordo della vicenda. Bepi, dal canto suo, affrontò un periodo difficile, dominato dal rimorso per aver tradito la la vicinanza che gli occhi di Ludovica imploravano. Forse le sue parole non sarebbero servite a nulla: eppure, qualcosa gli sussurrava, da una profondità inconoscibile, che avrebbe dovuto almeno provarci. Di Ludo non seppe più nulla.

Trascorsero le settimane, poi gli anni. Bepi si era lasciato alle spalle quella terribile esperienza dedicandosi agli studi e alla sempre più crescente passione per la scrittura. Il suo talento non passò inosservato così, quando vinse dei concorsi letterari, si aprirono per lui le porte delle case editrici. Presto divenne uno scrittore affermato con un significativo seguito. Visse gli anni del successo, della notorietà: talvolta apparve perfino in televisione. Si firmava Bepi Malò.

Ma Ludo non se n’era andata. Tornava ogni notte a trovarlo nei sogni, gli occhi luminosi, il sorriso spontaneo di chi ama. Seppure Bepi aveva vissuto, in seguito, altre avventure nella sua vita, nessun’altra donna poté mai oltrepassare il confine del corpo: il cuore grondante no, apparteneva a lei. Per contrastare il rimorso che, con il passare del tempo, si faceva sempre più cosciente e maturo, il suo pensare divenne arguto cinismo, intriso di una sensibilità affilata e tagliente, tanto amata dai suoi lettori che ne ignoravano la reale natura. Finché, sulla soglia degli …anta, decise di tornare nel paese natio e rinchiudersi nel suo castello.

I ricordi di nuovo sfumarono, di fronte alla spontanea curiosità della ragazza.

- Tu dove vivi?

- Sto lassù, Iris: guarda, se ti sporgi riesci a vedere la torre. É l’antica dimora dei Signori che dominavano, un tempo, la regione. Se cerchi un posto adatto per stare tranquilli, rilassarsi di fronte al caminetto, di meglio non ne puoi trovare.
Gli occhi di Iris si illuminarono di colpo:

- Ti piace leggere allora! Sai, io amo scrivere, buttare giù i miei pensieri…
e gli mostrò, così dicendo, il taccuino colorato che teneva tra le mani.

Bepi dette uno sguardo alle righe scritte in bella grafia, quella che lui non aveva mai avuto.

- Leggimi ciò che stai scrivendo, se ti va.

- Non sono per niente brava…

- A che serve scrivere se nessuno leggerà? Coraggio!

Iris abbassò lo sguardo sui fogli pieni di scarabocchi.

- É l’inizio di una poesia. S’intitola: Il Treno.
Il passato è un lungo treno / su binari dimenticati / che immobile attende / nella vecchia stazione / il suo solo passeggero
Per adesso è tutto qui.

- Ma è una bellissima poesia: davvero!

La ragazza arrossì.

- Mia nonna è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie.

- Sì, non ho dubbi. Se posso chiederti, perché lei non è mai voluta tornare?

- Non lo ha mai raccontato: a me, almeno. Ho l’impressione che sia accaduto qualcosa di brutto nel suo passato. Ma è una donna forte: da sola ha cresciuto mia madre. Eppure, le diceva sempre che non sarebbe neanche dovuta nascere...

Bepi annuì, senza insistere oltre.

- Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito, sai?

- Quello dev’essere stato un gran bel regalo. Chi è lui?

- Sicuro che lo conosci, dicono sia un tipo famoso. É perfino apparso in televisione: mamma mi ha detto che la nonna ha registrato tutte le sue interviste? Si chiama Bepi Malò.

Bepi ebbe un sussulto, ma nascose bene la sorpresa. In fondo era conosciuto dalla gente del posto e avrebbe giurato che tutti, in casa, possedessero almeno un suo testo. La curiosità fu più forte:

- Scusami, Iris… posso sapere come si chiama tua nonna?

- Il suo vero nome è Ludovica: ma tutti la conoscono come Ludo.
digitoergosum
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da digitoergosum »

Sono affascinato da queste letture. Conosco, per frequentazione trascorsa del sito gemello, tanto la sensibilità artistica di Roberto e Namio quanto la loro capacità di lavorare sull'editing degli altri racconti. Sono ancora preso dal sistemare alcuni miei racconti ma tornerò qui per dire la mia imperfetta osservazione. Così, troppo velocemente, anche dall'ultima stesura toglierei tante descrizioni emotive. Leggendo Roberto mi specchio e cresco. Credo faccia lui lo stesso con me e con gli altri appassionati di scrittura. Anzi, ne sono certo.
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Caro Marcello, le tue osservazioni saranno benvenute... anche noi conosciamo te.

Lo scopo della lavorazione sull'Incudine è questo, cioè pervenire alla perfetta lavorazione finale. Ti attendiamo.
Giovanni p
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Giovanni p »

Report x

La luna illumina la pianura dove i trattori, o quello che ne rimane, riposano come carcasse di animali spolpati. Le chiazze nere del grano bruciato si possono distinguere anche al buio, quando il sole sorgerà lo spettacolo sarà molto più duro rispetto a quello che ho di fronte adesso. Vorrei che la notte durasse per sempre, Dio solo sa quanti cadaveri verranno ritrovati in quei campi , spero almeno che si abbia decenza di seppellirli in una fossa, ma non mi aspetto nulla da questa gente.
Il mio rammarico è che come giornalista non potrò divulgare nulla di tutto ciò che sta sotto i miei occhi, purtroppo parte di questa situazione è anche colpa mia e posso garantire che se ne avessi il coraggio mi getterei in uno dei tanti pozzi che sfondano questa terra, bellissima e maledetta, con un sasso legato alla gola.
E pensare che anche ci avevo creduto!
Sembrava tutto possibile, ed è per questo che mi sento un idiota!
I contadini di questa regione non potevano immaginare la brutalità delle repressioni, non potevano non fidarsi dei “rivoluzionari” che li hanno prima sfruttati, e poi traditi per poi tornarsene nelle foreste.
Quando sono arrivato qua ero felice, un documentarista naturalistico che si stabilisce in un paese bellissimo dove avrei vissuto senza dover faticare nel scrivere articoli deprimenti. La contentezza beota di vivere da ricco in un paese povero popolato da gente remissiva che vedeva in me una specie di Dio in terra al quale concedere tutto, e mi si perdoni la vigliaccheria di non scendere nei particolari, ma quanto dico tutto intendo veramente tutto.
Fino a che ho vissuto nella capitale è stato tutto semplice, ero alloggiato a carico della mia rivista in uno dei pochi hotel di lusso dove si mangia bene e le cameriere si danno per cifre ridicole. I reportage iniziavano in mattinata inoltrata e duravano poco, dandomi il tempo di oziare e respirare, abitudine che avevo perso da anni nel mio paese di provenienza dove almeno quattro ore al giorno erano spese nel traffico per uno stipendio che oltre all’affitto non concedeva altro. Ma un giorno mentre tornavo dai soliti reportage nella foresta chiesi al mio autista di cambiare tragitto per tornare in città, volevo vedere le campagne.
L’autista, un uomo col quale avevo fraternizzato e che sorrideva sempre si fece improvvisamente serio, ma non protestò e mise in moto la jeep facendo il percorso che gli avevo chiesto.
M’immaginavo le campagne belle e ordinate, dove contadini umili ma tranquilli svolgevano il loro lavoro sorridendo e ringraziando Dio di vivere in una terra dove l’ansia e la frenesia non sono arrivate. Mentre l’autista guidava, per la prima volta senza canticchiare, sognavo di conoscere una bella contadina nel fiore degli anni, una ragazza con il cuore puro e le gambe forti da sposare, dato che ormai inizio a essere più che maturo. Le mie fantasie furono interrotte da un odore acre che mi fece entrare un mal di testa simile alla sinusite. L’autista mi fece cenno di tirare su il finestrino, fuori c’era una strana nebbia che ungeva il parabrezza.
Chiesi all’autista se fosse scoppiato un incendio e se la campagna fosse lontana, lui mi rispose che quello non era un incendio e che eravamo già arrivati. Non ci credevo, quella piana nebbiosa era la campagna che volevo vedere?
Chiesi gentilmente di fermarci, vidi che l’autista ubbidì controvoglia. Una volta sceso iniziai a passeggiare in quella desolazione. La terra era polverosa come se stessi camminando in un cantiere, davanti a me non c’era un albero, solo delle sagome scure e due colonne di fumo nero. Avvicinandomi a quelle colonne di fumo scoprii l’orrore che mi ha poi avvelenato l’esistenza. Dei ragazzi sulla ventina tossivano e ridacchiavano davanti a dei cumuli di stracci alti almeno tre metri che non ne volevano sapere di bruciare come si deve. Tenevano fra le mani nere accendini e taniche di gasolio, quando mi videro arrivare s’innervosirono, ma non mi dissero nulla. Osservando il cumulo di abiti che avevo di fronte riconobbi diversi vestiti di note marche del fast-fashion a buon mercato, la cosa che mi scandalizzò e che alcuni abiti avevano ancora i cartellini attaccati. Avrei voluto chiedere a quei ragazzi perché stessero bruciando dei vestiti che potevano indossare dato che erano coperti d stracci logori, ma poi venni a sapere che il governatore della regione aveva promesso tante di quelle botte a chiunque fosse stato visto con quei vestiti addosso. Lasciai i ragazzi i quali furono felici di vedermi andare via e m’incamminai verso delle baracche di lamiera che a prima vista sembravano un luogo di stoccaggio , ma che invece si rivelarono essere le case di quelle persone. Dentro a quelle lamiere simili a delle auto dopo un incidente vivevano ammassate donne anziane e bambini sudici affetti da rachitismo. Anche loro non furono felici di vedermi e quindi tolsi il disturbo. Il tanfo di feci copriva quasi l’odore dei vestiti bruciati, era troppo decisi di tornare alla jeep. Mentre camminavo fra la foschia sentii qualcosa d’insolito, qualcosa che ricordava il verso di un gregge di bestie, ma quello non erano né belati e neppure muggiti. Mi voltai e vidi che il terreno scendeva creando una depressione piatta, in quel pezzo di terra avvolto nella nebbia creata dai falò c’erano delle persone che stavano coltivano del grano. Capii solo in quel momento perché ogni volta che cenavo con qualche dignitario del posto questi diceva che il cibo che stavamo mangiando era d’importazione strizzando l’occhio. Scesi a vedere e trovai uomini e donne curvi e nodosi come olivi che lavoravano quella terra con strumenti e metodi degni del medioevo più buio. Più tardi venni a sapere che i pochi trattori divorati dalla ruggine erano fermi perché il governatore non concedeva loro l’utilizzo del carburante che in quella regione costava meno dell’acqua, un gesto di banale crudeltà.
Tornai alla jeep sconvolto, e solo quando eravamo sufficientemente lontani da poter respirare di nuovo aria pulita il mio autista mi spiegò meglio quello che avevo visto. I contadini di quella regione erano del semplice bestiame, se fossero stati schiavi sarebbe stato già un passo avanti. Il governatore aveva stretto accordi per lo smaltimento di rifiuti speciali, che però non venivano trattati ma semplicemente bruciati. Il grano che cresce sotto quella nube di diossina è l’unico alimento destinato a quella povera gente, mentre in città si mangia carne e pesce di prima qualità.
Una volta rientrato in città l’autista mi pregò di non far parola con nessuno di quello che avevo visto, quando lo salutai mi disse un ultima cosa

- Qua esiste la città per gli uomini, la foresta per i banditi e la campagna per le bestie.

Queste parole mi bruciano ancora dentro.
Passai diverse notti inquiete e persi il buon umore. Anche la natura che documentavo mi sembrò improvvisamente crudele, niente mi dava più soddisfazione.
Alcune settimane più tardi, in un locale vicino alla costa, fui avvicinato da un ragazzo sulla trentina. Questo si presentò col nome di x dicendo di essere un mio collega. Parlammo a lungo della situazione dei contadini di quanto fosse tutto ingiusto e di quanto il governatore fosse crudele.

- ma possiamo mettere una fine a tutto ciò – mi disse x davanti alla sua birra mentre l’oceano alla nostra destra mormorava- i ribelli che sono nella foresta stanno per attaccare la capitale e se lei convincesse i contadini ad assaltare la base yyy, quella a due miglia dai loro campi riusciremo a battere quel delinquente.

X lesse la paura nel mio volto, sorrise e disse:

-So che per lei è assurdo, ma ho un piano. Le darò del rum drogato col valium. Lei consegnerà il rum alle donne dei contadini le quali lo daranno da bere ai soldati della base per i quali si prostituiscono. Il rum stordirà i soldati e i contadini potranno assaltare la base senza problemi.

Il ragazzo sorrideva mentre annuivo nervosamente.

- Pensi alla sua carriera; Un documentarista che non solo svolge un maxi servizio d’inchiesta, ma che aiuta degli oppressi a liberarsi dal giogo di quel bastardo del governatore. Lei vincerà il Pulitzer!

Per un attimo ho provato qualcosa di nuovo, la sensazione di essere utile, di fare qualcosa d’importante. Accettai e qua tralascio tutti i particolari tecnici utili solo a farmi passare da idiota. Ho consegnato il rum spiegando tutto ai contadini la sera scorsa e alcune ore prima ho visto il piano attuarsi dalla posizione in cui mi trovo adesso.
I contadini che assaltano la base militare che non è altro che una caserma scalcinata e i ribelli che arrivano con i loro camion, saccheggiano la caserma e se ne vanno.
Ho sentito il cuore scoppiare nel petto per la felicità, i soldati erano messi così male che non hanno neppure provato a difendersi.
Ma poi altri mezzi sono arrivati, e questi non erano ribelli, ma soldati. Tralascio volentieri e dettagli più morbosi, dico solo che nessun uomo appartenente alla classe dei contadini che abbia più di quattordici anni respira più.
Mentre tutto ciò avveniva ho telefonato a un mio collega che abita in città, con il gelo nelle vene ho scoperto che i ribelli lì non sono mai arrivati. Nel silenzio della notte, in u posto dove neanche i grilli cantano ho scoperto di essere stato raggirato dai dei trafficanti di armi.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Giovanni.
A mio avviso sei arrivato al tema della disfatta esistenziale con difficoltà. C’è un dislivello emotivo tra il giornalista amante della bella vita comoda e sfruttatore della situazione di povertà morale e materiale della popolazione con la quale è a contatto e il rivoluzionario cospiratore a favore del popolo sfruttato che mette a repentaglio la propria vita. Il cambio tra i due protagonisti è frettoloso e non giustificato, non perviene, non lo costruisci, ma lo servi già bello e pronto e quindi non mi convince, parlo da lettore. Qual è lo snodo, il punto in cui il vaso trabocca? Dovrebbe essere la visita di mezza giornata nelle campagne? Qualsiasi cambiamento non matura tanto in fretta, e comunque io lettore non lo vedo crescere nel protagonista, non ti dilunghi sulle ragioni, ma lo presenti di nero in bianco, mentre poco prima era il contrario. Il tentativo di riscossa della popolazione è poi un altro punto opaco. Esso è quanto meno azzardato, velleitario, un po’ cialtronesco e anche gli adoperati, il popolo, i contadini, che fino a poco prima hanno avuto paura persino di vestirsi in modo difforme dai dettami del regime (ma per quale motivo bruciare i vestiti poi, che possono essere utilizzati?) non si capisce perché dovrebbero mettersi a rischio, aderire a una rivolta così sospetta, e che bisogno hanno i ribelli di adoperare lui, che necessità i contadini di fidarsi di lui, che senso ha per i contadini eseguire gli ordini di chi li sfrutta, e via discorrendo. Esistono una marea di trabocchetti logici. Ricordati che uno degli elementi principali del patto tra lettore e autore è la verisimiglianza. La funzione del tuo protagonista è quindi incerta, sospesa, non necessaria. E poi ancora i rivoluzionari che non lo sono, ma sono solo degli sfruttatori tali e quali il dittatore dal quale vorrebbero liberarli.
Il tema, a esser sincero, più che alla disfatta esistenziale mi fa pensare a Report, appunto. Il tentativo di indagare la realtà con un taglio da reportage giornalistico al fine non di mostrare i fatti, ma di cercare una verità, o la verità. Il fine del racconto, il suo tema, a mio avviso, è far sapere al lettore che non esiste scampo per gli sfruttati, perché qualsiasi rivoluzione è li riporterà al punto di partenza con un ulteriore carico di sofferenze. E quindi non vale la pena ribellarsi, opporsi, perché non v’è via di scampo, pena una ancora più cocente sconfitta.
In quest’ottica però potevi innestare più efficacemente il tema della sconfitta esistenziale. Anziché tratteggiare un giornalista che pensa solo a se stesso e al proprio tornaconto, folgorato sulla via di Damasco (ma in quel racconto hanno dovuto scomodare lo Spirito Santo) dovevi partire sin dall’inizio con qualcuno che per tutta la sua vita aveva maturato la convinzione di poter cambiare le cose col proprio apporto singolo e col proprio lavoro. E a partire da questo lavoro di inviato sgretolare questa convinzione procurando danno alla popolazione, o meglio a qualcuno in carne e ossa. Una doppia disfatta.
Un altro appunto marginale. Il tuo protagonista scrivi faccia il documentarista naturalista. Beh, dal titolo , e da come si muove, sembra un inviato. Il documentarista non è che faccia servizi in città, ma lunghi appostamenti in zone selvagge.
Provo a dirti qualcosa di altro sul testo.
Hai scelto una narrazione in prima persona con l’occhio ristretto del protagonista, che secondo me preclude delle possibilità di analisi da parte del narratore in un racconto come questo. Altrimenti devi trovare il modo di far fare le riflessioni al protagonista in prima persona. Quanto ai tempi verbali, sono generalmente incerti, cominci al tempo presente, ma la parte iniziale è una narrazione, salvo poi virare al passato con una analessi che non è altro che un racconto del protagonista, ma rimangono sempre incerti, anche nel finale, dove viri di nuovo al presente e chiudi al passato. Da rivederli.

Per le correzioni io normalizzo tutti i tempi verbali al passato.

La luna illumina (va) la pianura dove i trattori, o quello che ne rimane (va), riposa (va)no come carcasse di animali spolpati. Le chiazze nere del grano bruciato si possono (potevano) distinguere anche al buio, (; ?) quando il sole sorgerà (sarebbe sorto) lo spettacolo sarà (ci si sarebbe trovati di fronte a uno spettacolo) molto più duro rispetto a quello che ho di fronte adesso. (a capo) Vorrei che la notte durasse per sempre, Dio solo sa quanti cadaveri verranno ritrovati in quei campi , (spazio) spero almeno che si abbia decenza di seppellirli in una fossa, ma non mi aspetto nulla da questa gente. (questo periodo è un pensiero e lo possiamo lasciare al presente, ma lo devi staccare visivamente dal resto con un a capo.)
Il mio rammarico è che come giornalista non potrò divulgare nulla di tutto ciò che sta sotto i miei occhi, purtroppo parte di questa situazione è anche colpa mia e posso garantire che se ne avessi il coraggio mi getterei in uno dei tanti pozzi che sfondano questa terra, bellissima e maledetta, con un sasso legato alla gola. (Questo periodo o lo consideri un pensiero, e lo adatti a che sia un pensiero, o lo trasformi al passato: se dovessi avere dei rimpianti, questi sarebbero dovuti al fatto che non potrò divulgare...)
E pensare che anche ci avevo creduto! (Da questo momento i tempi al passato li normalizzi tu)
Sembrava tutto possibile, ed è per questo che mi sento un idiota!
I contadini di questa regione non potevano immaginare la brutalità delle repressioni, non potevano non fidarsi dei “rivoluzionari” che li hanno (avevano) prima sfruttati, e poi traditi per poi tornarsene nelle foreste. (Domanda: ma se i rivoluzionari li sfruttano, e lo scrivi tu, perché mai i contadini si devono fidare di loro?)
Quando sono arrivato qua ero felice, un documentarista naturalistico che si stabilisce in un paese bellissimo dove avrei vissuto senza dover faticare nel scrivere articoli deprimenti. La contentezza beota (l’aggettivo non aggiunge molto a quel che dici dopo) di vivere da ricco in un paese povero popolato da gente remissiva che vedeva in me una specie di Dio in terra al quale concedere tutto, e mi si perdoni la vigliaccheria di non scendere nei particolari, ma quanto dico tutto intendo veramente tutto.
Fino a che ho (avevo) vissuto nella capitale è (era) stato tutto semplice, ero alloggiato a carico della mia rivista in uno dei pochi hotel di lusso dove si mangia (va) bene e le cameriere si da (va)nno per cifre ridicole. I reportage iniziavano in mattinata inoltrata e duravano poco, dandomi il tempo di oziare e respirare, abitudine che avevo perso da anni nel mio paese di provenienza dove almeno quattro ore al giorno erano spese nel traffico per uno stipendio che oltre all’affitto non concedeva altro. Ma un giorno (,) mentre tornavo dai soliti reportage nella foresta (,) chiesi al mio autista di cambiare tragitto per tornare in città, volevo vedere le campagne.
L’autista, un uomo col quale avevo fraternizzato e che sorrideva sempre si fece improvvisamente serio, ma non protestò e mise in moto la jeep facendo il percorso che gli avevo chiesto.
M’immaginavo le campagne belle e ordinate, dove contadini umili ma tranquilli svolgevano il loro lavoro sorridendo e ringraziando Dio di vivere in una terra dove l’ansia e la frenesia non sono arrivate. Mentre l’autista guidava, per la prima volta senza canticchiare, sognavo di conoscere una bella contadina nel fiore degli anni, una ragazza con il cuore puro e le gambe forti da sposare, dato che ormai inizio a essere più che maturo. Le mie fantasie furono interrotte da un odore acre che mi fece entrare un mal di testa simile alla sinusite. L’autista mi fece cenno di tirare su il finestrino, fuori c’era una strana nebbia che ungeva il parabrezza.
Chiesi all’autista se fosse scoppiato un incendio e se la campagna fosse lontana, lui mi rispose che quello non era un incendio e che eravamo già arrivati. Non ci credevo, quella piana nebbiosa era la campagna che volevo vedere?
Chiesi gentilmente di fermarci, vidi che l’autista ubbidì controvoglia. Una volta sceso iniziai a passeggiare in quella desolazione. La terra era polverosa come se stessi camminando in un cantiere, davanti a me non c’era un albero, solo delle sagome scure e due colonne di fumo nero. Avvicinandomi a quelle colonne di fumo scoprii l’orrore che mi ha (avrebbe) poi avvelenato l’esistenza. Dei ragazzi sulla ventina tossivano e ridacchiavano davanti a dei cumuli di stracci alti almeno tre metri che non ne volevano sapere di bruciare come si deve. Tenevano fra le mani nere accendini e taniche di gasolio, quando mi videro arrivare s’innervosirono, ma non mi dissero nulla. Osservando il cumulo di abiti che avevo di fronte riconobbi diversi vestiti di note marche del fast-fashion a buon mercato, la cosa che mi scandalizzò e (fu) che alcuni abiti avevano ancora i cartellini attaccati. Avrei voluto chiedere a quei ragazzi perché stessero bruciando dei vestiti che potevano indossare (,) dato che erano coperti d stracci logori, ma poi venni a sapere che il governatore della regione aveva promesso tante di quelle botte a chiunque fosse stato visto con quei vestiti addosso. Lasciai i ragazzi i quali furono felici di vedermi andare via e m’incamminai verso delle baracche di lamiera che a prima vista sembravano un luogo di stoccaggio , ma che invece si rivelarono essere le case di quelle persone. Dentro a quelle lamiere simili a delle auto dopo un incidente vivevano ammassate donne anziane e bambini sudici affetti da rachitismo. Anche loro non furono felici di vedermi e quindi tolsi il disturbo. Il tanfo di feci copriva quasi l’odore dei vestiti bruciati, era troppo decisi di tornare alla jeep. Mentre camminavo fra la foschia sentii qualcosa d’insolito, qualcosa che ricordava il verso di un gregge di bestie, ma quello non erano né belati e neppure muggiti. Mi voltai e vidi che il terreno scendeva creando una depressione piatta, in quel pezzo di terra avvolto nella nebbia creata dai falò c’erano delle persone che stavano coltivano del grano (coltivare il grano non è un’attività continuativa). Capii solo in quel momento perché ogni volta che cenavo con qualche dignitario del posto questi diceva che il cibo che stavamo mangiando era d’importazione strizzando l’occhio. Scesi a vedere e trovai uomini e donne curvi e nodosi come olivi che lavoravano quella terra con strumenti e metodi degni del medioevo più buio. Più tardi venni a sapere che i pochi trattori divorati dalla ruggine erano fermi perché il governatore non concedeva loro l’utilizzo del carburante che in quella regione costava meno dell’acqua, un gesto di banale crudeltà.
Tornai alla jeep sconvolto, e solo quando eravamo sufficientemente lontani da poter respirare di nuovo aria pulita il mio autista mi spiegò meglio quello che avevo visto. I contadini di quella regione erano del semplice bestiame, se fossero stati schiavi sarebbe stato già un passo avanti. Il governatore aveva stretto accordi per lo smaltimento di rifiuti speciali, che però non venivano trattati ma semplicemente bruciati. Il grano che cresce (va) sotto quella nube di diossina è (era) l’unico alimento destinato a quella povera gente, mentre in città si mangia (va) carne e pesce di prima qualità. (Il punto, due falò di vestiti non provocano un effetto nebbia. Forse, dato che citi i rifiuti speciali, meglio tossici, è indicarne qualcuno)
Una volta rientrato in città l’autista mi pregò di non far parola con nessuno di quello che avevo visto, quando lo salutai mi disse un ultima cosa (:) (Pensiero: ma se è possibile girare liberamente per il paese forse l’avvertimento non ha molto senso)

- Qua esiste la città per gli uomini, la foresta per i banditi e la campagna per le bestie.

Queste parole mi bruciano (bruciarono l’anima?) ancora dentro.
Passai diverse notti inquiete e persi il buon umore. Anche la natura che documentavo mi sembrò improvvisamente crudele, niente mi dava più soddisfazione.
Alcune settimane più tardi, in un locale vicino alla costa, fui avvicinato da un ragazzo sulla trentina. Questo si presentò col nome di x dicendo di essere un mio collega. Parlammo a lungo della situazione dei contadini di quanto fosse tutto ingiusto e di quanto il governatore fosse crudele.

- ma possiamo mettere una fine a tutto ciò – mi disse x davanti alla sua birra mentre l’oceano alla nostra destra mormorava- i ribelli che sono nella foresta stanno per attaccare la capitale e se lei convincesse i contadini ad assaltare la base yyy, quella a due miglia dai loro campi (,) riusciremo a battere quel delinquente.

X lesse la paura nel mio volto, sorrise e disse:

-So che per lei è assurdo, ma ho un piano. Le darò del rum drogato col valium. Lei consegnerà il rum alle donne dei contadini le quali lo daranno da bere ai soldati della base per i quali si prostituiscono. Il rum stordirà i soldati e i contadini potranno assaltare la base senza problemi. (francamente non sembra molto realistico)

Il ragazzo sorrideva mentre annuivo nervosamente.

- Pensi alla sua carriera; Un documentarista che non solo svolge un maxi servizio d’inchiesta (ma non si occupava di natura?), ma che aiuta degli oppressi a liberarsi dal giogo di quel bastardo del governatore. Lei vincerà il Pulitzer!

Per un attimo ho provato (provai) qualcosa di nuovo, la sensazione di essere utile, di fare qualcosa d’importante. Accettai e qua tralascio tutti i particolari tecnici utili solo a farmi passare da idiota. Ho (avevo) consegnato il rum spiegando tutto ai contadini la sera scorsa (precedente) e alcune ore prima ho (avevo) visto il piano attuarsi dalla posizione in cui mi trovo adesso. (I contadini ricevono l’ordine e vanno, ma che bisogno c’era di avere lui come intermediario? Non ha molto senso.)
I contadini che assaltano la base militare che non è altro che una caserma scalcinata e i ribelli che arrivano con i loro camion, saccheggiano la caserma e se ne vanno.
Ho sentito il cuore scoppiare nel petto per la felicità, i soldati erano messi così male che non hanno neppure provato a difendersi.
Ma poi altri mezzi sono arrivati, e questi non erano ribelli, ma soldati. Tralascio volentieri e dettagli più morbosi, dico solo che nessun uomo appartenente alla classe dei contadini che abbia più di quattordici anni respira più. (Qui viri di nuovo al presente)
Mentre tutto ciò avveniva ho telefonato a un mio collega che abita in città, con il gelo nelle vene ho scoperto che i ribelli lì non sono mai arrivati. Nel silenzio della notte, in u posto dove neanche i grilli cantano ho scoperto di essere stato raggirato dai dei trafficanti di armi.

Insomma, il racconto è un po' da revisionare, soprattuto la figura del protagonista all'interno della narrazione, la sua essenza, le sue motivazioni.
Giovanni p
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Giovanni p »

Buonasera, Gaetano

purtroppo i caratteri mi hanno fregato, credo di essere partito bene per poi (purtroppo) finire male. Nella parte finale mi sono trovato a dover fare tagli su tagli. La storia secondo me non sarebbe nemmeno male, mi dispiace aver proposto qualcosa di mozzato, ma non è stata cattiva volontà, semplicemente non avevo altre idee e mi dispiaceva non proporre niente..

GRazie mille per avermi letto, per i consigli e i suggerimenti.

Grazie anche a Roberto che ha proposto qualcosa di veramente interessante grazie al quale spero di poter migliorare.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Sì, la storia non è male. Per esperienza, però, le discussioni sui massimi sistemi mal si addicono a un racconto breve. Ti dovresti concentrare su un paio di personaggi, ridurre le azioni, ciò che accade, focalizzarti sulla narrazione e far immaginare al lettore tutto il resto. Dal travaglio esistenziale del tuo giornalista puoi far passare il messaggio che più ti aggrada sullo sfruttamento. Ma in via indiretta, non descrivendolo punto per punto.
Giovanni p
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Giovanni p »

Concordo, ho fatto un giro panoramico per poi buttarmi in un burrone. Lo riscriverò senza badare ai caratteri, potrebbe uscirne qualcosa di decente.
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