Disfatta esistenziale / Rimpianto

Esecuzione proposta da singoli, affinamento con l’intervento del gruppo.

Moderatori: Gaetano Intile, Robennskii

Robennskii
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Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Questa è l'Incudine, spazio di lavoro degli Artigiani. Tutti possono leggere ma solo i membri del gruppo possono scrivere.
Missione degli Artigiani è creare un racconto in base alla consegna data, che vedete postata di seguito.
Chi vuole fare parte degli Artigiani può chiederlo al sottoscritto.
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Tema: rimpianto / disfatta esistenziale.
Racconto da diecimila battute che contenga le sequenze principali con introduzione ed epilogo, sequenze dialogiche e riflessive
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

La Vecchia Stazione

Cado dalle nuvole, nella mia vita al rallentatore
Sospinto dal vento, scorro anni lunghi un giorno
Tra le pieghe del Tempo, io involontario attore
Tradito e traditore, Elefante e Unicorno
funambolo osannato da un effimero clamore.


Bepi accartocciò il foglio: odiava atteggiarsi a poeta. Troppo inchiostro aveva versato, nella sua lunga vita, per non riconoscersi indegno di vette tanto alte. Si affacciò sul terrazzo, davanti a un panorama noto fin nei minimi dettagli che, però, non lo annoiava mai. Da lassù poteva osservare, nelle giornate limpide, la linea delle colline fondersi con quella del mare. E assistere passivo allo spettacolo dei ricordi, sapientemente sfumati dal pennello di uno sconosciuto artista. Vederli penetrare ogni spazio, ogni colore, amalgamandosi al tutto.

Sedette di nuovo allo scrittoio poi, fissando la penna adagiata su un foglio immacolato, stette immobile, insensibile a tutto ciò che stava attorno ma non al gelido tocco dei minuti interminabili, immateriale eppure presente, pesante come un macigno. Da tanto, troppo tempo l’ispirazione languiva, sepolta dalla cenere del passato. Questo lo turbava nel profondo perché non era previsto: non doveva accadere a chi, come lui, aveva sin da giovane dimostrato di avere piena coscienza dell’ineluttabilità del Tempo. Lui, il celebre scrittore che si era sempre detto pronto ad affrontare, un giorno, lo spettro del sipario chiuso, dei riflettori spenti su un palcoscenico deserto. Un finale che si era rivelato impietoso, seppellendolo senza alcuno scampo.

Vetro… tutto era vetro. Muri, libri, mobili: perfino la pietra possedeva un’anima. Ogni cosa gli parlava, facendogli rivivere quei momenti che, seppur piacevoli, sottostavano alla legge naturale del «sottile dolore»: quella che rende il rimpianto tanto meno sottile quanto più bello il ricordo. I brutti episodi invece no, quelli aveva imparato a schivarli con rara maestria.

Ma la croce che ogni uomo cela nel profondo si infiamma nella notte e, come la sera segue il giorno, così al calare del buio un sussurro tornava a farsi sentire, riaprendo una ferita sanguinante.

L’aria fredda del mattino lo salvò dal vortice della pericolosa malinconia. La decisione di uscire si era dimostrata saggia, almeno quanto lasciarsi alle spalle le nuvole del passato. Si era incamminato sul sentiero che lambiva il vicino paese senza entrarvi dentro; durante il percorso incrociò dei passanti con cui poté scambiare qualche parola. Ma fu al bivio che prese una inaspettata decisione, proseguendo ben oltre l’abitato, fino a raggiungere la vecchia stazione.

Qui vide lei, le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, seduta su un pavimento sconnesso di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Quanti ricordi gli evocava quel luogo; tutti, senza eccezioni, pieni di sorrisi e colori. Anche le mattine d’inverno e nebbia, quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso. O le volte che, giunto in ritardo, vedeva il lampo rosso dei fanali di coda farsi sempre più lontano. Ricordò perfino lo scappellotto che il “Bagigi”, come chiamavano il capostazione in paese, gli mollò dopo averlo sorpreso mentre orinava, insieme agli amici, nella siepe dietro la cabina. Le bravate di un’età spensierata.

Poi arrivò lei, Ludovica. Ludo, come fu per Bepi negli anni che seguirono quel primo incontro quando, vedendola, realizzò fino a che punto l’altra metà del mondo può rivelarsi attraente. Frequentavano lo stesso liceo, per questo iniziarono a viaggiare insieme. Non ci volle molto a conoscersi e innamorarsi: tutto andò come doveva andare. Il primo bacio, le emozioni del cuore, poi quelle del corpo… infine la passione, sempre meno timida, sempre più intima.
Fu la storia di tanti ragazzi della loro età. Quella di strade che, un giorno, si dividono senza preavviso.

Bepi avanzò sulla banchina, calcando i passi per farsi sentire, in modo da non sorprenderla. Sembrava davvero giovane, non più di quindici anni; quando lo scorse gli sorrise, con uno di quei moti spontanei tipici della gioventù. Quelli che lui aveva dimenticato.

-Scusami, non volevo spaventarti. Sono sorpreso di trovare qualcuno, è tanto che non tornavo qui. Mi chiamo Giuseppe, vivo appena fuori dal paese. Dammi del tu, se vuoi.

-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ in questo posto.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Però ogni anno ritorno, abbiamo una casa vicino alla piazza.

Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo.

Eppure, qualcosa andò storto: da un mese all’altro lei si trasferì con tutta la famiglia poiché il padre, da quanto si seppe in giro, aveva trovato un impiego altrove, di quelli che non si potevano proprio rifiutare. Questo, almeno, fu quanto credettero i paesani.

- Che succede, Ludo?

- Qualcosa non va. Sono in ritardo di otto giorni: mia madre sa e sta cominciando a chiedere se non abbiamo fatto qualche stupidaggine.

- E tu?

- Io non so che raccontarle, Bepi. Ma sento qualcosa di diverso in me. Ho paura che sia accaduto: credo di essere incinta.

Gli eventi li travolsero. Le rispettive famiglie sbandarono e i due, nell’unica occasione che ebbero di esprimersi di fronte ai genitori, non manifestarono una concordanza d’intenti. Lo scandalo era dietro l’angolo: Ludo pianse lacrime amare di fronte alla probabilità di un aborto. Rifiutava con tutta sé stessa l’idea di farlo, senza neanche pensare ai rischi che l’intervento clandestino avrebbe comportato. Bepi invece non disse nulla… un silenzio che si sarebbe rimproverato per tutta la vita.

Quanto più grandi di noi possono rivelarsi certi errori, soprattutto quelli che ci sorprendono nella gioventù.

Da allora i due cessarono di vedersi. La famiglia di lei se ne andò in un lampo e nel paese la vita continuò inesorabile, finché il Tempo non fece la sua magia, cancellando il ricordo della vicenda.

Bepi, dal canto suo, affrontò un periodo difficile, inquinato dal rimorso per aver tradito la speranza che, negli occhi di Ludovica, annaspava implorando aiuto. Forse le sue parole non sarebbero servite a nulla: eppure, qualcosa di simile a una sentenza scolpita nella pietra gli sussurrava, da una profondità inconoscibile, che avrebbe dovuto almeno provarci. Di Ludo non seppe più nulla.

Trascorsero le settimane, poi gli anni. Bepi si lasciò alle spalle quella terribile esperienza dedicandosi agli studi e alla sempre più crescente passione per la scrittura. Il suo talento non passò inosservato così, quando vinse dei concorsi letterari, si aprirono per lui le porte delle case editrici. Presto divenne uno scrittore affermato con un significativo, costante seguito. Visse gli anni del successo, della notorietà: talvolta apparve perfino in televisione. Si firmava 'Bepi Melò'.

Ma Ludo non se n’era andata. Tornava ogni notte a trovarlo, gli occhi luminosi, il sorriso spontaneo di chi ama. Bepi visse altre avventure nella sua vita, eppure nessun’altra donna poté mai oltrepassare il confine del corpo: perché il cuore grondante quello no, apparteneva a lei. Per contrastare il rimorso che, con il passare del tempo, si faceva sempre più cosciente e maturo, il suo pensare divenne arguto cinismo, intriso di una sensibilità affilata e tagliente, tanto amata dai suoi lettori che ne ignoravano la reale natura. Finché, sulla soglia dei …anta, decise di tornare nel paese natio e rinchiudersi nel suo castello.

I ricordi finalmente sfumarono, di fronte alla spontanea curiosità della ragazza.

- Tu dove vivi?

- Sto lassù, Iris: guarda, se ti sporgi riesci a vedere la torre. É l’antica dimora dei Signori che dominavano, un tempo, la regione. Se c’è un posto adatto per stare tranquilli, rilassarsi di fronte al caminetto, di migliore non se ne può trovare.

Gli occhi di Iris si illuminarono di colpo:

- Ti piace leggere allora! Sai, io amo scrivere, buttare giù i miei pensieri… -
e gli mostrò, così dicendo, il taccuino colorato che teneva tra le mani.

Bepi, annuendo, dette uno sguardo alle righe scritte in bella grafia, quella che lui non aveva mai avuto.

- Leggimi quello che stai scrivendo, se ti va.

- Non sono per niente brava…

- A che serve scrivere se nessuno leggerà? Coraggio!

Iris abbassò lo sguardo sui fogli pieni di scarabocchi.

- É l’inizio di una poesia. Si intitola: Il Treno.
'Il passato è un lungo treno / su binari dimenticati / che nella vecchia stazione/ immobile attende / il suo unico passeggero' .
Per adesso è tutto qui.

- Ma è una bellissima poesia: davvero!

- La ragazza arrossì. Bepi decise di cambiare discorso.

- Come si chiamano i tuo nonni? Forse li conosco.

- Non c’è che la nonna: ha cresciuto mia madre da sola. Lei è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie. Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito.

- Chi è?

- Sicuro che lo conosci, dicono sia un tipo famoso. Io l’ho visto di sfuggita sulla copertina del libro, ma non me lo ricordo affatto. Credo sia originario di queste parti. É perfino apparso in televisione: ci credi che la nonna ha registrato tutte le sue interviste? Si chiama Bepi Malò.

Bepi ebbe un sussulto, ma nascose bene la sorpresa. In fondo, era conosciuto dalla gente del posto e avrebbe giurato che tutti, in casa, possedevano almeno un suo testo. Vinto dalla curiosità, insistette.

- Scusami, Iris… ti dispiace dirmi come si chiama tua nonna?

- Il suo vero nome è Ludovica: ma tutti la conoscono come Ludo.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Roberto. Livello alto, da te non ci si può aspettare altro. Diecimila caratteri, mica facile.
Ho trovato qualche refuso, che provo a indicarti riproponendo il testo con le correzioni tra parentesi. Qualcosa, a mio avviso, si può migliorare.
Innanzitutto il tema. Non tanto la disfatta esistenziale, quanto il rimpianto di Bepi amplificato dall'incontro, ben calibrato, con la nipote di Ludovica. D'altra parte, però, ho trovato troppo distanti gli avvenimenti passati e il presente narrato cosicché il rimpianto risulta attenuato agli occhi di chi, come me, legge. Ma forse il tema principale del racconto non è neanche il rimpianto. Ma l'ignoranza. Riflettici un po' su. Narri di quelle scelte vitali, esiziali, che la vita impone ai giovani quando i giovani non sanno nulla della vita e quindi sono costretti a scegliere immersi nella nebbia, in uno stato di pressocché totale ignoranza. L'ignoranza della giovinezza.
Mi ha colpito poi il registro. Forse un tocco troppo sostenuto, aulico, soprattutto nelle battute iniziali, credo utilizzato per sintonizzarsi col personaggio scrittore di successo. Nel finale il registro è invece più normale, rilassato, e va bene.

Cado dalle nuvole, nella mia vita al rallentatore
Sospinto dal vento, scorro anni lunghi un giorno
Tra le pieghe del Tempo, io involontario attore
Tradito e traditore, Elefante e Unicorno
funambolo osannato da un effimero clamore.

Bepi accartocciò il foglio: odiava atteggiarsi a poeta. Troppo inchiostro aveva versato (per smorzare il registro invertirei l'ordine: prima il verbo ed eliminerei la virgola), nella sua lunga vita, per non riconoscersi indegno di vette tanto alte. Si affacciò sul terrazzo, davanti a un panorama noto fin nei minimi dettagli (e?) che, però (lo cancelliamo?), non lo annoiava mai. Da lassù poteva osservare, nelle giornate limpide, la linea delle colline fondersi con quella del mare. E assistere passivo (superfluo?) allo spettacolo dei ricordi, sapientemente (superfluo?) sfumati dal pennello di uno sconosciuto artista. (virgola?) Vederli (superfluo?) penetrare ogni spazio, ogni colore, amalgamandosi al tutto.

Sedette di nuovo allo scrittoio poi,(superfluo?) fissando la penna adagiata su un foglio immacolato, stette immobile, insensibile a tutto ciò che stava attorno (virgola) ma non al gelido tocco dei minuti interminabili (un aggettivo soltanto!), immateriale eppure presente (superfluo, dato che poi espliciti con pesante), pesante come un macigno. Da tanto, troppo tempo (virgola) l’ispirazione languiva, sepolta dalla cenere del passato. Questo lo turbava nel profondo (lo eviterei questo profondo) perché non era (l'aveva) previsto: non doveva accadere a chi, come lui, aveva sin da giovane dimostrato di avere piena coscienza dell’ineluttabilità del Tempo (perché maiuscolo?). Lui, il celebre scrittore che si era sempre detto pronto ad affrontare, un giorno, lo spettro del sipario chiuso, dei riflettori spenti su un palcoscenico deserto. Un finale che si era (o sarebbe?) rivelato impietoso, seppellendolo senza alcuno scampo.

Vetro… tutto era vetro. Muri, libri, mobili: perfino la pietra possedeva un’anima. Ogni cosa gli parlava, facendogli rivivere quei momenti che, seppur piacevoli, sottostavano alla legge naturale del «sottile dolore»: quella che rende il rimpianto tanto meno (perché tanto meno? Lo eviterei) sottile quanto più bello il ricordo. I brutti episodi invece no, quelli aveva imparato a schivarli con rara maestria.

Ma la croce che ogni uomo cela nel profondo si infiamma nella notte e, come la sera segue il giorno (l'inciso mi pare ridondante e superfluo), così al calare del buio un sussurro tornava a farsi sentire, riaprendo una ferita sanguinante (se è sanguinante è già aperta. Semmai facendo sanguinare di nuovo una vecchia ferita. In generale non abusare delle metafore, appesantiscono il testo: adoperale soltanto quando possono giovare al racconto).

L’aria fredda del mattino lo salvò dal vortice della pericolosa (ami gli aggettivi, eh? I sostantivi italiani sono deboli, ma non per forza devono essere accompagnati da un aggettivo) malinconia. La decisione di uscire si era dimostrata saggia, almeno quanto lasciarsi alle spalle le nuvole del passato. Si era incamminato sul sentiero che lambiva il vicino paese senza entrarvi dentro (entrare presuppone già un andare dentro); durante il percorso (aveva) incrociò dei passanti con cui poté scambiare qualche parola. Ma fu al bivio che prese una inaspettata decisione, proseguendo ben (e se ben lo eliminiamo? Gli aggettivi ingrassano il testo e sono dei portatori insani di enfasi) oltre l’abitato, fino a raggiungere la vecchia stazione.

Qui vide lei (ma non l'avevamo incontrata prima. Direi una ragazza), le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, seduta su un pavimento sconnesso di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Quanti ricordi gli evocava quel luogo (lasci fare sempre al narratore. E se, per una volta, provassi con un pensiero indiretto libero? Lascia che sia il protagonista a descrivere... E per un istante gli vennero in mente tutti i ricordi che evocava quel luogo: i sorrisi e i colori, le mattine d'inverno con la nebbia...) ; (qui metterei due punti) tutti, senza eccezioni, pieni di sorrisi e colori. Anche le mattine d’inverno e nebbia, quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso. O le volte che, giunto in ritardo, vedeva il lampo rosso dei fanali di coda farsi sempre più lontano. Ricordò perfino lo scappellotto che il “Bagigi”, come chiamavano il capostazione in paese, gli mollò dopo averlo sorpreso mentre orinava, insieme agli amici, nella siepe dietro la cabina. Le bravate di un’età spensierata.

Poi arrivò lei, Ludovica. Ludo, come fu per Bepi negli anni che seguirono quel primo incontro quando, vedendola, realizzò fino a che punto l’altra metà del mondo può (poteva) rivelarsi attraente. Frequentavano lo stesso liceo, per questo (avevano iniziato) iniziarono a viaggiare insieme. Non ci volle molto a (per) conoscersi e innamorarsi: tutto andò come doveva andare. Il primo bacio, le emozioni del cuore, poi quelle del corpo… infine la passione, sempre meno timida, sempre più intima.
Fu (Era?) la storia di tanti ragazzi della loro età. Quella di strade che, un giorno, si dividono senza preavviso.

Bepi avanzò sulla banchina, calcando i passi per farsi sentire, in modo da non sorprenderla. Sembrava davvero giovane, non più di quindici anni; quando lo scorse gli sorrise, con uno di quei moti spontanei tipici della gioventù. Quelli che lui aveva dimenticato.

-Scusami, non volevo spaventarti. Sono sorpreso di trovare qualcuno, è tanto che non tornavo qui. Mi chiamo Giuseppe, vivo appena fuori dal paese. Dammi del tu, se vuoi.

-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ in questo posto.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Però ogni anno ritorno, abbiamo una casa vicino alla piazza.

Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo.

Eppure, qualcosa (era andata) andò storto (a): da un mese all’altro lei si (era trasferita) trasferì con tutta la famiglia poiché il padre, da quanto si seppe in giro, aveva trovato un impiego altrove, di quelli che non si potevano proprio rifiutare. Questo, almeno, fu quanto credettero i paesani.

- Che succede, Ludo?

- Qualcosa non va. Sono in ritardo di otto giorni: mia madre sa e sta cominciando a chiedere se non abbiamo fatto qualche stupidaggine.

- E tu?

- Io non so che raccontarle, Bepi. Ma sento qualcosa di diverso in me. Ho paura che sia accaduto: credo di essere incinta.

Gli eventi li travolsero. Le rispettive famiglie sbandarono e i due, nell’unica occasione che ebbero di esprimersi di fronte ai genitori, non manifestarono una concordanza d’intenti. Lo scandalo era dietro l’angolo: Ludo pianse lacrime amare di fronte alla probabilità di un aborto. Rifiutava con tutta sé stessa l’idea di farlo, senza neanche pensare ai rischi che l’intervento clandestino avrebbe comportato. Bepi invece non disse nulla… un silenzio che si sarebbe rimproverato per tutta la vita. (Qui il rimpianto, che introduci esplicitamente come elemento narrativo)

Quanto più grandi di noi possono rivelarsi certi errori, soprattutto quelli che ci sorprendono nella gioventù.

Da allora i due cessarono di vedersi. La famiglia di lei se ne (era andata) andò in un lampo e nel paese la vita (era continuata) continuò inesorabile, finché il Tempo non (aveva fatto) fece la sua magia, cancellando il ricordo della vicenda.

Bepi, dal canto suo, affrontò (Aveva affrontato) un periodo difficile, inquinato (perché inquinato? causato, provocato, ecc.) dal rimorso per aver tradito la speranza che (gli occhi di Ludovica esigevano? o imploravano), negli occhi di Ludovica, annaspava implorando aiuto. Forse le sue parole non sarebbero servite a nulla: eppure, qualcosa di simile a una sentenza scolpita nella pietra (sentenza scolpita nella pietra lo leverei: qualcosa gli sussurrava) gli sussurrava, da una profondità inconoscibile, che avrebbe dovuto almeno provarci. Di Ludo non seppe più nulla.

Trascorsero le settimane, poi gli anni. Bepi si lasciò (era lasciato) alle spalle quella terribile esperienza dedicandosi agli studi e alla sempre più crescente passione per la scrittura. Il suo talento non passò inosservato così, quando vinse dei concorsi letterari, si aprirono per lui le porte delle case editrici. Presto divenne uno scrittore affermato con un significativo, costante seguito. Visse gli anni del successo, della notorietà: talvolta apparve perfino in televisione. Si firmava 'Bepi Melò'. (o Malò?)

Ma Ludo non se n’era andata. Tornava ogni notte a trovarlo, gli occhi luminosi, il sorriso spontaneo di chi ama. Bepi visse altre avventure nella sua vita, eppure nessun’altra donna poté mai oltrepassare il confine del corpo: perché il cuore grondante quello no (quello no mi pare superfluo), apparteneva a lei. Per contrastare il rimorso che, con il passare del tempo, si faceva sempre più cosciente e maturo, il suo pensare divenne arguto cinismo, intriso di una sensibilità affilata e tagliente, tanto amata dai suoi lettori che ne ignoravano la reale natura. Finché, sulla soglia dei …anta, decise di tornare nel paese natio e rinchiudersi nel suo castello.

I ricordi finalmente sfumarono, di fronte alla spontanea curiosità della ragazza.

- Tu dove vivi?

- Sto lassù, Iris: guarda, se ti sporgi riesci a vedere la torre. É l’antica dimora dei Signori che dominavano, un tempo, la regione. Se c’è un posto adatto per stare tranquilli, rilassarsi di fronte al caminetto, di migliore non se ne può trovare.

Gli occhi di Iris si illuminarono di colpo:

- Ti piace leggere allora! Sai, io amo scrivere, buttare giù i miei pensieri… -
e gli mostrò, così dicendo, il taccuino colorato che teneva tra le mani.

Bepi, annuendo, dette uno sguardo alle righe scritte in bella grafia, quella che lui non aveva mai avuto.

- Leggimi quello che stai scrivendo, se ti va.

- Non sono per niente brava…

- A che serve scrivere se nessuno leggerà? Coraggio!

Iris abbassò lo sguardo sui fogli pieni di scarabocchi.

- É l’inizio di una poesia. Si intitola: Il Treno.
'Il passato è un lungo treno / su binari dimenticati / che nella vecchia stazione/ immobile attende / il suo unico passeggero' .
Per adesso è tutto qui.

- Ma è una bellissima poesia: davvero!

- La ragazza arrossì. Bepi decise di cambiare discorso.

- Come si chiamano i tuo nonni? Forse li conosco. (Sei sicuro di aver introdotto i nonni prima?)

- Non c’è che la nonna: ha cresciuto mia madre da sola. Lei è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie. Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito.

- Chi è?

- Sicuro che lo conosci, dicono sia un tipo famoso. Io l’ho visto di sfuggita sulla copertina del libro, ma non me lo ricordo affatto (qui vai sulla difensiva. Fai pensare al lettore che significa quel non me lo ricordo affatto. Eviterei tutto il discorso sulla copertina). Credo sia originario di queste parti. É perfino apparso in televisione: ci credi che la nonna ha registrato tutte le sue interviste? Si chiama Bepi Malò.

Bepi ebbe un sussulto, ma nascose bene la sorpresa. In fondo, era conosciuto dalla gente del posto e avrebbe giurato che tutti, in casa, possedevano (possedessero) almeno un suo testo. Vinto dalla curiosità, insistette.

- Scusami, Iris… ti dispiace dirmi come si chiama tua nonna?

- Il suo vero nome è Ludovica: ma tutti la conoscono come Ludo.

Splendido racconto. Ancora un punto. Riguarda le connessioni logiche. Scrivi che Ludovica era andata via dal paese con la famiglia per evitare lo scandalo. Eppure da anziana Ludovica è tornata a vivere nel natio paese. E ci può stare. Ma in quel paese vive anche Bepi e sembra anche da parecchio tempo. Possibile che non si siano mai incontrati, visti, che nessuno di loro sappia l'uno dellìaltro? Eppure se Bepi è così famoso, o lo è stato, in paese lo devono sapere che vive là. Ecco, forse queste due circostanze le organizzerei in modo differente. Non possono abitare tutti e due nel medesimo posto, altrimenti la costruzione perde un po' di senso e il finale la sua magia, il suo mordente.
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Namio...! È un onore, per me ricevere questa tua attenzione.
Soprattutto una correzione di alto livello, che farò mia punto per punto.
Ci sono due errori gravi che non mi perdono: parliamo dei congiuntivi, il resto è una lezione di fioretto regalata da un lettore d'eccezione.
Non c'è niente di più utile che guardarsi allo specchio, per noi appassionati di scrittura.

Riassumo i due insegnamenti più importanti per me al momento:
attenzione agli aggettivi, meglio limitare, come con gli avverbi;
diminuire il punto di vista narratore a vantaggio di quello del personaggio.

Per il resto, procederò a uno revisione accurata.

Unico aspetto che ci tengo a evidenziare, le "connessioni logiche". Ebbene, in realtà no, non volevo affatto intendere che la nonna fosse con la nipote in vacanza. Ma a questo punto devo riguardare con attenzione la trama nel complesso.

Prego i colleghi Artigiani di contribuire con commenti o pareri.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Sulle connessioni logiche. L'ho riletto ancora una volta:
"Qui vide lei, le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, seduta su un pavimento sconnesso di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Quanti ricordi gli evocava quel luogo; tutti, senza eccezioni, pieni di sorrisi e colori. Anche le mattine d’inverno e nebbia, quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso."

Dal passo appena sopra è evidente che Bepi è tornato al paese natale. Oppure da questo:
"Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo."

Qui è Iris a dire che ritorna in questo posto:-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ in questo posto.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Però ogni anno ritorno, abbiamo una casa vicino alla piazza.

Mentre qui introduci un discorso riguardante i nonni. Ma non erano saltati fuori prima. Bepi poteva intuire, certo, che la ragazza veniva a trovare i nonni, ma non sapere.
- Come si chiamano i tuo nonni? Forse li conosco. (Sei sicuro di aver introdotto i nonni prima?)

- Non c’è che la nonna: ha cresciuto mia madre da sola. Lei è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie. Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito.

Ma l'obiezione perde consistenza, perché in un piccolo paese tutti si conoscono. Ludo e Bepi non potevano essersi incontrati.

Suggerimento: Iris e Bepi si incontrano in terreno neutro. Bepi non è più ritornato al suo paese, ma vive altrove, mentre Iris è in vacanza in questo altrove per caso. L'incontro è doppiamente fortuito, la sorte li fa incontrare due volte. Iris e Bepi. Bepi e Ludo attraverso il ricordo e l'incontro fortuito con Iris. E verrebbe fuori un racconto coi fiocchi. Se Bepi si rivelasse piano piano alla ragazza potresti tirar fuori una bella novella piena.
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »


Artigiani: in inea di principio, e di fatto, i lavori postati sull’Incudine si considerano conclusi una volta acquisite le modifiche proposte.


Namio, questa è la versione revisionata e corretta, ho recepito praticamente tutte le indicazioni e le piccole varianti sono quelle che, inevitabilmente, servono ad amalgamarle.

Un ringraziamento particolare per il problema “connessione logica”: leggendo con attenzione, ho trovato l’inghippo. Lo devo dire, non credevo di poter “cadere” su una cosa del genere, e forse è bene che sia successo. Il problema si nascondeva nel non aver mai citato la nonna in precedenza: ho integrato con due piccoli inserti, due frasi per fissare i paletti giusti che fungano da riferimento pivotale. Sono quelli che, se ci riesco, appaiono di un altro colore.

Mi sono reso conto di quanto si poteva ridurre l’uso di aggettivi e avverbi e, con qualche piccolo accorgimento, perdere un po’ di “aulico” guadagnando una lettura più rapida.

Passami il Tempo con la T maiuscola. È un errore cosciente: idem per Luna e Sole, qui non citati.

Di nuovo grazie, un lavoro eccezionale il tuo. Se penso che la revisione mi ha impegnato per sole due ore al massimo, mentre il beneficio è stato paragonabile alla frequenza di un anno di liceo (classico), che dire: un vero affare.

Artigiani: ora sapete cosa facciamo qui. Il lavoro è tanto, ma il beneficio grande.

Resto aperto ai vostri eventuali commenti.

Segue “La Vecchia Stazione” revisionato e corretto
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

La Vecchia Stazione


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Sospinto dal vento, scorro anni lunghi un giorno

Tra le pieghe del Tempo, io involontario attore

Tradito e traditore, Elefante e Unicorno

funambolo osannato da un effimero clamore.


Bepi accartocciò il foglio: odiava atteggiarsi a poeta. Aveva versato troppo inchiostro nella sua lunga vita per non riconoscersi indegno di vette tanto alte. Si affacciò sul terrazzo, davanti a un panorama che non lo annoiava mai. Da lassù poteva osservare, nelle giornate limpide, la linea delle colline fondersi con quella del mare. E assistere allo spettacolo dei ricordi, sfumati dal pennello di uno sconosciuto artista… vederli penetrare ogni spazio, ogni colore, amalgamandosi al tutto.

Sedette di nuovo allo scrittoio fissando la penna adagiata su un foglio immacolato, restando immobile, insensibile a tutto ciò che stava attorno. Ma non al gelido tocco dei minuti, immateriale e tuttavia pesante come un macigno. Da tanto, troppo tempo, l’ispirazione languiva, sepolta dalla cenere del passato. Questo lo turbava; non doveva accadere a chi, come lui, aveva sin da giovane dimostrato di avere piena coscienza dell’ineluttabilità del Tempo. Lui, il celebre scrittore che si era sempre detto pronto ad affrontare, un giorno, lo spettro del sipario chiuso, dei riflettori spenti su un palcoscenico deserto. Un finale che si sarebbe rivelato impietoso, seppellendolo senza alcuno scampo.
Vetro… tutto era vetro. Muri, libri, mobili: perfino la pietra possedeva un’anima. Ogni cosa gli parlava, facendogli rivivere quei momenti che, seppur piacevoli, sottostavano alla legge naturale del «sottile dolore»: quella che rende il rimpianto tanto intenso quanto più bello il ricordo. I brutti episodi invece no, quelli aveva imparato a schivarli con rara maestria.

Ma la croce che ogni uomo cela nel profondo s’infiamma nella notte. Così al calare del buio un sussurro tornava a farsi sentire, riaprendo una vecchia ferita.

L’aria fredda del mattino lo salvò dal vortice della malinconia. La decisione di uscire si era dimostrata saggia, almeno quanto lasciarsi alle spalle le nuvole del passato. Si era incamminato sul sentiero che lambiva il vicino paese senza entrarvi; durante il percorso incrociò dei passanti con cui poté scambiare qualche parola. Ma fu al bivio che prese una inaspettata decisione, proseguendo oltre l’abitato, fino a raggiungere la vecchia stazione.

Una ragazza, le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, stava seduta di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Per un istante gli vennero in mente i ricordi che quel luogo evocava: le campagne appena arate, le albe gelide, le mattine di nebbia quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso. O le volte che, giunto in ritardo, vedeva il lampo rosso dei fanali di coda farsi sempre più lontano. Ricordò perfino lo scappellotto che il “Bagigi”, come chiamavano il capostazione in paese, gli mollò dopo averlo sorpreso mentre orinava, insieme agli amici, nella siepe dietro la cabina. Le bravate di un’età spensierata.

Poi arrivò lei, Ludovica. Ludo, come fu per Bepi negli anni che seguirono quel primo incontro quando, vedendola, realizzò fino a che punto l’altra metà del mondo poteva rivelarsi irresistibile. Frequentavano lo stesso liceo, per questo avevano iniziato a viaggiare insieme. Non ci volle molto per conoscersi e innamorarsi: tutto andò come doveva andare. Il primo bacio, le emozioni del cuore, poi quelle del corpo… infine la passione, sempre meno timida, sempre più intima.

Era la storia di tanti ragazzi della loro età. Quella di strade che, un giorno, si dividono senza preavviso.

Ma era tempo di tornare al presente e Bepi, lasciando i ricordi dove stavano, avanzò sulla banchina calcando i passi per farsi sentire, in modo da non sorprendere la ragazza. Lei sembrava davvero giovane, non più di quindici anni; quando lo scorse gli sorrise, con uno di quei moti spontanei tipici della gioventù. Quelli che lui aveva dimenticato.

-Scusami, non volevo spaventarti. Sono sorpreso di trovare qualcuno, è tanto che non tornavo qui. Mi chiamo Giuseppe, vivo appena fuori dal paese. Dammi del tu, se vuoi.

-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ qui, nella vecchia stazione.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Mia nonna è originaria di questo paese, anche se non ha mai voluto tornarci. Lei resta in città mentre io salgo con i miei genitori. Abbiamo una casa.

Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo. Eppure, qualcosa era andata storta: da un mese all’altro lei si trasferì con tutta la famiglia poiché il padre, da quanto si seppe in giro, aveva trovato un impiego altrove, di quelli che non si potevano proprio rifiutare.

Questo, almeno, fu quanto credettero i paesani.

- Che succede, Ludo?

- Qualcosa non va. Sono in ritardo di otto giorni: mia madre sa e sta cominciando a chiedere se non abbiamo fatto qualche stupidaggine.

- E tu?

- Io non so che raccontarle, Bepi. Ma sento qualcosa di diverso in me. Ho paura che sia accaduto: credo di essere incinta.

Gli eventi li travolsero. Le rispettive famiglie sbandarono e i due, nell’unica occasione che ebbero di esprimersi di fronte ai genitori, non manifestarono una concordanza d’intenti. Lo scandalo era dietro l’angolo: Ludo pianse lacrime amare di fronte alla possibilità di un aborto. Rifiutava con tutta sé stessa l’idea di farlo, senza neanche pensare ai rischi che l’intervento clandestino avrebbe comportato. Bepi invece non disse nulla… un silenzio che si sarebbe rimproverato per tutta la vita.

Quanto più grandi di noi possono rivelarsi certi errori, soprattutto quelli che ci sorprendono nella gioventù.

Da allora i due cessarono di vedersi. La famiglia di lei era scomparsa in un lampo e nel paese la vita aveva continuato il suo corso cancellando, con la magia che solo il Tempo poteva compiere, il ricordo della vicenda. Bepi, dal canto suo, affrontò un periodo difficile, dominato dal rimorso per aver tradito la la vicinanza che gli occhi di Ludovica imploravano. Forse le sue parole non sarebbero servite a nulla: eppure, qualcosa gli sussurrava, da una profondità inconoscibile, che avrebbe dovuto almeno provarci. Di Ludo non seppe più nulla.

Trascorsero le settimane, poi gli anni. Bepi si era lasciato alle spalle quella terribile esperienza dedicandosi agli studi e alla sempre più crescente passione per la scrittura. Il suo talento non passò inosservato così, quando vinse dei concorsi letterari, si aprirono per lui le porte delle case editrici. Presto divenne uno scrittore affermato con un significativo seguito. Visse gli anni del successo, della notorietà: talvolta apparve perfino in televisione. Si firmava Bepi Malò.

Ma Ludo non se n’era andata. Tornava ogni notte a trovarlo nei sogni, gli occhi luminosi, il sorriso spontaneo di chi ama. Seppure Bepi aveva vissuto, in seguito, altre avventure nella sua vita, nessun’altra donna poté mai oltrepassare il confine del corpo: il cuore grondante no, apparteneva a lei. Per contrastare il rimorso che, con il passare del tempo, si faceva sempre più cosciente e maturo, il suo pensare divenne arguto cinismo, intriso di una sensibilità affilata e tagliente, tanto amata dai suoi lettori che ne ignoravano la reale natura. Finché, sulla soglia degli …anta, decise di tornare nel paese natio e rinchiudersi nel suo castello.

I ricordi di nuovo sfumarono, di fronte alla spontanea curiosità della ragazza.

- Tu dove vivi?

- Sto lassù, Iris: guarda, se ti sporgi riesci a vedere la torre. É l’antica dimora dei Signori che dominavano, un tempo, la regione. Se cerchi un posto adatto per stare tranquilli, rilassarsi di fronte al caminetto, di meglio non ne puoi trovare.
Gli occhi di Iris si illuminarono di colpo:

- Ti piace leggere allora! Sai, io amo scrivere, buttare giù i miei pensieri…
e gli mostrò, così dicendo, il taccuino colorato che teneva tra le mani.

Bepi dette uno sguardo alle righe scritte in bella grafia, quella che lui non aveva mai avuto.

- Leggimi ciò che stai scrivendo, se ti va.

- Non sono per niente brava…

- A che serve scrivere se nessuno leggerà? Coraggio!

Iris abbassò lo sguardo sui fogli pieni di scarabocchi.

- É l’inizio di una poesia. S’intitola: Il Treno.
Il passato è un lungo treno / su binari dimenticati / che immobile attende / nella vecchia stazione / il suo solo passeggero
Per adesso è tutto qui.

- Ma è una bellissima poesia: davvero!

La ragazza arrossì.

- Mia nonna è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie.

- Sì, non ho dubbi. Se posso chiederti, perché lei non è mai voluta tornare?

- Non lo ha mai raccontato: a me, almeno. Ho l’impressione che sia accaduto qualcosa di brutto nel suo passato. Ma è una donna forte: da sola ha cresciuto mia madre.

Bepi annuì, senza insistere oltre.

- Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito, sai?

- Quello dev’essere stato un gran bel regalo. Chi è lui?

- Sicuro che lo conosci, dicono sia un tipo famoso. É perfino apparso in televisione: mamma mi ha detto che la nonna ha registrato tutte le sue interviste? Si chiama Bepi Malò.

Bepi ebbe un sussulto, ma nascose bene la sorpresa. In fondo era conosciuto dalla gente del posto e avrebbe giurato che tutti, in casa, possedessero almeno un suo testo. La curiosità fu più forte:

- Scusami, Iris… posso sapere come si chiama tua nonna?

- Il suo vero nome è Ludovica: ma tutti la conoscono come Ludo.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Roberto.
Con i due inserimenti il testo non zoppica più. Se mi concedi una giornata, vorrei prosciugarlo un altro po' indicandoti i passi che secondo me funzionano meno e l'aggiunta di qualche idea per migliorarli. Il racconto è valido, e solido. Sono contento.
Robennskii
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Robennskii »

Certamente Namio: questa è l'Incudine e dobbiamo battere per tutto il tempo necessario.

Sono soddisfatto anch'io; mi farà davvero piacere vedere applicato ancora un po' del tuo mestiere.
Gaetano Intile
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Re: Disfatta esistenziale / Rimpianto

Messaggio da Gaetano Intile »

Bepi accartocciò il foglio: odiava atteggiarsi a poeta. Aveva versato troppo inchiostro nella sua lunga vita per non riconoscersi indegno di vette tanto alte. (questo proposizione non mi convince: è strutturata in negativo con un non ... indegno. Se invece la girassi in positivo? Poi anche qui gli aggettivi troppo lungo tanto. La soluzione potrebbe essere: Troppo l'inchiostro versato nella sua carriera (vita) per sentirsi degno della vetta. Che la vita sia lunga come la vetta alta è un pleonasmo. I pleonasmi non sono quasi mai indispensabili.) Si affacciò sul terrazzo, davanti a un panorama che non lo annoiava mai. Da lassù poteva osservare, nelle giornate limpide, la linea delle colline fondersi con quella del mare. E assistere allo spettacolo dei ricordi, sfumati dal pennello di uno sconosciuto artista… vederli penetrare ogni spazio, ogni colore, amalgamandosi al tutto. (Anche questa frase non mi convince del tutto. La similitudine ricordi spettacolo, che poi avrebbe più senso una tela dato che citi un pennello o i colori sfumati potrebbe essere giocata in modo diverso. L'indecisione imprecisione si percepisce nella chiusa finale, quell'amalgamandosi al tutto. Ma tutto cosa? Ecco un suggerimento: ... la linea delle colline fondersi con quella del mare, allo stesso modo la tavolozza dei ricordi combinava i colori secondo la fantasia di uno sconosciuto artista. Vacci piano con tutte queste similitudini e metafore, ti complicano la vita e il più delle volte non funzionano come ti saresti potuto immaginare.)

Sedette di nuovo allo scrittoio fissando la penna adagiata su un foglio immacolato, restando immobile, insensibile a tutto ciò che stava attorno. Ma non al gelido tocco dei minuti, immateriale e tuttavia pesante come un macigno. Da tanto, troppo tempo, l’ispirazione languiva, sepolta dalla cenere del passato. Questo lo turbava; non doveva accadere a chi, come lui, aveva sin da giovane dimostrato di avere piena coscienza dell’ineluttabilità del Tempo. Lui, il celebre scrittore che si era sempre detto pronto ad affrontare, un giorno, lo spettro del sipario chiuso, dei riflettori spenti su un palcoscenico deserto. Un finale che si sarebbe rivelato impietoso, seppellendolo senza alcuno scampo.
Vetro… tutto era vetro. Muri, libri, mobili: perfino la pietra possedeva un’anima. Ogni cosa gli parlava, facendogli rivivere quei momenti che, seppur piacevoli, sottostavano alla legge naturale del «sottile dolore»: quella che rende il rimpianto tanto intenso quanto più bello il ricordo. I brutti episodi invece no, quelli aveva imparato a schivarli con rara maestria.

Ma la croce che ogni uomo cela nel profondo s’infiamma nella notte. Così al calare del buio un sussurro tornava a farsi sentire, riaprendo una vecchia ferita.

L’aria fredda del mattino lo salvò dal vortice della malinconia. La decisione di uscire si era dimostrata saggia, almeno quanto lasciarsi alle spalle le nuvole del passato. Si era incamminato sul sentiero che lambiva il vicino paese senza entrarvi; durante il percorso incrociò dei passanti con cui poté scambiare qualche parola. Ma fu al bivio che prese una inaspettata decisione (non è meglio decise di proseguire? Ed elminare l'inaspettato), proseguendo oltre l’abitato, fino a raggiungere la vecchia stazione.

Una ragazza, le spalle alla parete rossastra della malandata costruzione, stava seduta di fronte all’unico binario arrugginito che, testardo, non si arrendeva ma guardava laggiù, nella vana speranza di veder comparire un ultimo treno.

Per un istante gli vennero in mente i ricordi che quel luogo evocava: le campagne appena arate, le albe gelide, le mattine di nebbia quando lasciava la bici nella piccola piazza antistante all’ingresso. O le volte che, giunto in ritardo, vedeva il lampo rosso dei fanali di coda farsi sempre più lontano. Ricordò perfino lo scappellotto che il “Bagigi”, come chiamavano il capostazione in paese, gli mollò dopo averlo sorpreso mentre orinava, insieme agli amici, nella siepe dietro la cabina. Le bravate di un’età spensierata.

Poi arrivò lei, Ludovica. Ludo, come fu per Bepi negli anni che seguirono quel primo incontro quando, vedendola, realizzò fino a che punto l’altra metà del mondo poteva rivelarsi irresistibile. Frequentavano lo stesso liceo, per questo avevano iniziato a viaggiare insieme. Non ci volle molto per conoscersi e innamorarsi: tutto andò come doveva andare. Il primo bacio, le emozioni del cuore, poi quelle del corpo… infine la passione, sempre meno timida, sempre più intima.

Era la storia di tanti ragazzi della loro età. Quella di strade che, un giorno, si dividono senza preavviso.

Ma era tempo di tornare al presente e Bepi, lasciando i ricordi dove stavano, avanzò sulla banchina calcando i passi per farsi sentire, in modo da non sorprendere la ragazza. Lei sembrava davvero giovane, non più di quindici anni; quando lo scorse gli sorrise, con uno di quei moti spontanei tipici della gioventù. Quelli che lui aveva dimenticato.

-Scusami, non volevo spaventarti. Sono sorpreso di trovare qualcuno, è tanto che non tornavo qui. Mi chiamo Giuseppe, vivo appena fuori dal paese. Dammi del tu, se vuoi.

-Ciao, mi chiamo Iris. Sono in vacanza; quando ne ho la possibilità, mi piace stare un po’ qui, nella vecchia stazione.

- Vieni da fuori, quindi.

-Sì. Vivo a … da quando sono nata. Mia nonna è originaria di questo paese, anche se non ha mai voluto tornarci. Lei resta in città mentre io salgo con i miei genitori. Abbiamo una casa.

Continuarono a parlare per un po’. A Bepi sembrò di rivivere i vecchi tempi quando, proprio laggiù, discuteva con Ludo ogni mattina. I ricordi tornarono a quel tempo, quando la loro sembrava una storia destinata a durare per sempre: o almeno così si vociferava in paese. Vederli insieme rappresentava uno spettacolo per gli occhi, quel “vero amore” che, con il passare degli anni, subisce una lenta metamorfosi trasformandosi nella menzogna più spudorata al mondo. Eppure, qualcosa era andata storta: da un mese all’altro lei si trasferì con tutta la famiglia poiché il padre, da quanto si seppe in giro, aveva trovato un impiego altrove, di quelli che non si potevano proprio rifiutare.

Questo, almeno, fu quanto credettero i paesani.

- Che succede, Ludo?

- Qualcosa non va. Sono in ritardo di otto giorni: mia madre sa e sta cominciando a chiedere se non abbiamo fatto qualche stupidaggine.

- E tu?

- Io non so che raccontarle, Bepi. Ma sento qualcosa di diverso in me. Ho paura che sia accaduto: credo di essere incinta.

Gli eventi li travolsero. Le rispettive famiglie sbandarono e i due, nell’unica occasione che ebbero di esprimersi di fronte ai genitori, non manifestarono una concordanza d’intenti. Lo scandalo era dietro l’angolo: Ludo pianse lacrime amare di fronte alla possibilità di un aborto. Rifiutava con tutta sé stessa l’idea di farlo, senza neanche pensare ai rischi che l’intervento clandestino avrebbe comportato. Bepi invece non disse nulla… un silenzio che si sarebbe rimproverato per tutta la vita.

Quanto più grandi di noi possono rivelarsi certi errori, soprattutto quelli che ci sorprendono nella gioventù.

Da allora i due cessarono di vedersi. La famiglia di lei era scomparsa in un lampo e nel paese la vita aveva continuato il suo corso cancellando, con la magia che solo il Tempo poteva compiere, il ricordo della vicenda. Bepi, dal canto suo, affrontò un periodo difficile, dominato dal rimorso per aver tradito la la vicinanza che gli occhi di Ludovica imploravano. Forse le sue parole non sarebbero servite a nulla: eppure, qualcosa gli sussurrava, da una profondità inconoscibile, che avrebbe dovuto almeno provarci. Di Ludo non seppe più nulla.

Trascorsero le settimane, poi gli anni. Bepi si era lasciato alle spalle quella terribile esperienza dedicandosi agli studi e alla sempre più crescente passione per la scrittura. Il suo talento non passò inosservato così, quando vinse dei concorsi letterari, si aprirono per lui le porte delle case editrici. Presto divenne uno scrittore affermato con un significativo seguito. Visse gli anni del successo, della notorietà: talvolta apparve perfino in televisione. Si firmava Bepi Malò.

Ma Ludo non se n’era andata. Tornava ogni notte a trovarlo nei sogni, gli occhi luminosi, il sorriso spontaneo di chi ama. Seppure Bepi aveva vissuto, in seguito, altre avventure nella sua vita, nessun’altra donna poté mai oltrepassare il confine del corpo: il cuore grondante no, apparteneva a lei. Per contrastare il rimorso che, con il passare del tempo, si faceva sempre più cosciente e maturo, il suo pensare divenne arguto cinismo, intriso di una sensibilità affilata e tagliente, tanto amata dai suoi lettori che ne ignoravano la reale natura. Finché, sulla soglia degli …anta, decise di tornare nel paese natio e rinchiudersi nel suo castello.

I ricordi di nuovo sfumarono, di fronte alla spontanea curiosità della ragazza.

- Tu dove vivi?

- Sto lassù, Iris: guarda, se ti sporgi riesci a vedere la torre. É l’antica dimora dei Signori che dominavano, un tempo, la regione. Se cerchi un posto adatto per stare tranquilli, rilassarsi di fronte al caminetto, di meglio non ne puoi trovare.
Gli occhi di Iris si illuminarono di colpo:

- Ti piace leggere allora! Sai, io amo scrivere, buttare giù i miei pensieri…
e gli mostrò, così dicendo, il taccuino colorato che teneva tra le mani.

Bepi dette uno sguardo alle righe scritte in bella grafia, quella che lui non aveva mai avuto.

- Leggimi ciò che stai scrivendo, se ti va.

- Non sono per niente brava…

- A che serve scrivere se nessuno leggerà? Coraggio!

Iris abbassò lo sguardo sui fogli pieni di scarabocchi.

- É l’inizio di una poesia. S’intitola: Il Treno.
Il passato è un lungo treno / su binari dimenticati / che immobile attende / nella vecchia stazione / il suo solo passeggero
Per adesso è tutto qui.

- Ma è una bellissima poesia: davvero!

La ragazza arrossì.

- Mia nonna è una grande lettrice; mi ha detto che un giorno scriverò delle splendide poesie.

- Sì, non ho dubbi. Se posso chiederti, perché lei non è mai voluta tornare?

- Non lo ha mai raccontato: a me, almeno. Ho l’impressione che sia accaduto qualcosa di brutto nel suo passato. Ma è una donna forte: da sola ha cresciuto mia madre.

Bepi annuì, senza insistere oltre.

- Due anni fa le ho regalato un romanzo del suo scrittore preferito, sai?

- Quello dev’essere stato un gran bel regalo. Chi è lui?

- Sicuro che lo conosci, dicono sia un tipo famoso. É perfino apparso in televisione: mamma mi ha detto che la nonna ha registrato tutte le sue interviste? Si chiama Bepi Malò.

Bepi ebbe un sussulto, ma nascose bene la sorpresa. In fondo era conosciuto dalla gente del posto e avrebbe giurato che tutti, in casa, possedessero almeno un suo testo. La curiosità fu più forte:

- Scusami, Iris… posso sapere come si chiama tua nonna?

- Il suo vero nome è Ludovica: ma tutti la conoscono come Ludo.


Beh, diciamo che così va bene. Era quella parte iniziale che mi suonava strana.
Ricapitolando, via gli aggettivi inutili, quelli che non specificano nulla. Via i pleonasmi, attenzione a similitudini e metafore, ridurle al minimo. Servono solo a complicare la vita all'autore.
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