Le calze della Befana

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Domenico De Ferraro
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Le calze della Befana

Messaggio da Domenico De Ferraro »

A Roma, l'inverno nun te chiede mai il permesso: te mette addosso il freddo e basta. Notte quella de gennaio, er vento scivolava tra i palazzi come 'na lametta, e su via Prenestina pure i semafori parevano più stanchi. Però, in mezzo a 'sto freddo, successe 'na cosa che manco er più matto dei barman de quartiere avrebbe saputo inventà.
Er primo a vederlo fu Nando er portiere di uno stabile sulla Prenestina , uno che da trent'anni apriva e chiudeva portoni e, soprattutto, ascoltava Roma come se fosse ‘la voce di una radio. Se stava a fumare 'na sigaretta sotto la tettoia quando vide cadere dal cielo… una pioggia di calze. Non una. Tantissime. Calze appese a fili sottili, quasi invisibili, come ragnatele d'argento.
«Ao… ma che è, 'na pubblicità?» fece lui, strizzando gli occhi. «O so' impazzito io?»
Le calze nun cascavano. Restavano sospese, a un metro da terra, in fila ordinata lungo la strada. Ogni tanto tremavano, come se respirassero. Non un cioccolatino o un bacio perugina cadeva dalle calze. I ragazzetti cercavano di afferrarle ma inutilmente , in quanto, quando le andavi a toccare quelle risalivano verso il cielo .
La mattina dopo, la città se svejò co' le calze ovunque: appese ai lampioni, ai citofoni, ai pali della luce, pure davanti ai palazzi ministeriali come se qualcuno avesse voluto fa' un dispettoso con stile. La gente scese , da casa , guardava, commentava. Er solito tassinaro ubriaco già stava a litigà co' l’universo. Voleva acchiappare ad ogni costo la befana e cantargliene quattro sul naso ad uncino a dovere.
«Ao, ma 'ndo semo finiti? Mo' pure le calze volano!»
«Sarà 'na performance di propaganda artistica o peggio na trovata pubblicitaria di qualche azienda del nord!» rispose una ragazza co' er cappotto lungo, mentre faceva un video.
"Prestazione? E che, la Befana s'è laureata in design?»
Er fatto , era che quelle calze parevano nuove e vecchie insieme: cuciture antiche, stoffe moderne, come se qualcuno avesse mischiato l’arte della nonne e la perfezione delle stampanti 3D. E tutte proprio tutte avevano un'etichetta cucita dentro, con un simbolo che nessuno riconosceva: tre cerchi intrecciati, come un nodo.
A Torpignattara, in un sottoscala trasformato in laboratorio, abitava e lavorava Micol detto “Mic” Rinaldi, ingegnera di reti quantistiche (che in pratica voleva dì: “faccio comunicà cose che manco se dovrebbero guardà”). Mic era una di quelle persone che non credevano a niente finché non lo vedeva con i propri occhi . Ma quando vide le immagini delle calze, sentì 'na fitta strana nel costato , come fosse un freccia di nostalgia o de qualcosa che nun aveva mai vissuto in prima persona.
Cosi prese lo zaino, uscì e andò a vedere dal vivo quelle calze, disgrazia del momento o delizia dei piccoli ,dei senza fissa dimora , dei innamorati , degli azionai .
Davanti a una calza appesa a un lampione, trovò un ragazzetto co' la felpa e lo sguardo sveglio, che cercava de infilà la mano dentro.
«Ao, regazzì, che stai a fa'?» gli disse Mic.
Lui se girò. «E che, nun lo vedi? In questa calza c’è deve essere di certo un grande regalo. Sta calza me guarda, me chiama.»
«Te chiama? Ma che stai a dì.»
«Giuro. Senti…» E fece 'na faccia seria. «Io dado: “Aprime.”»
Mic si avvicinò. La calza, in effetti, faceva un ronzio bassissimo, tipo un neon lontano. Mic tirò fuori il telefono, aprì un'app di spettrometria e puntò la fotocamera come scansionare un codice QR.
Er display s'illuminò de numeri: frequenza. Tanto. Troppe. In un ordine che pareva 'na melodia.
«Ma che è… un trasmettitore?» mormorò.
Er ragazzetto spalancò la bocca. «Quindi c'ho ragione io! Ao! Ce stanno i regali tecnologici!»
Mic lo bloccò di colpo . «Regali... o messaggi ma che stai a dire questa è una trappola della befana per farti avere un sacco de carbone .»
In quel momento, la calza se aprì da sola. Non come una bocca, più come una cerniera che scorre. Dentro non c'erano caramelle, né carbone. C'era un filo sottilissimo, arrotolato come una linguina d'argento, e un cubetto nero grande quanto un dado da gioco.
Er ragazzetto se mise a ride. «Aò, er dado della Befana! Me lo porto a casa!»
Mic je bloccò er polso. «Fermo. Non lo tocchi. Se è quello che penso io, questo è hardware de comunicazione aliena non locale.»
«Aliena non locale? Cioè?»
«Cioè che parla… senza passà per' internet.»
Er ragazzetto fece spallucce. «Vabbè, parla. Pure mi' nonna parla senza passà pe' internet.»
Mic stava per rispondere male , quando tutte le calze della strada vibravano insieme. 'Na vibrazione sincronizzata, come un coro. I lampioni fecero 'na luce più bianca. Er cielo, per un attimo, sembrò pixelato.
E Roma, Roma intera, sentì un sussurro. Non nelle orecchie: dentro ai denti, dentro alle ossa. Una frase corta, in un romanesco perfetto, come se la città stessa a parlà con Dio in persona:
«Ao. Avete fatto er pieno di voci. Mo' provate a sentì.»
La gente rimase ferma. Un signore che stava a urlà ar telefono s'interruppe a metà imprecazione. Una signora che se lamentava der prezzo delle zucchine fece silenzio. I motorini, pur loro, parvero più lontani.
Mic sentì er cuore accelerà. Non pe' paura: pe' riconoscimento. Quella rete... nun era umana.
Se portò er cubetto in laboratorio (co' mille precauzioni e co' er ragazzetto appresso, che nun se voleva staccà, in quanto pretendeva il regalo contenuto nella calza ).
«Come te chiami?» je chiese, mentre apriva la porta blindata.
«Edo. Ma tutti me dicono Eddaje.»
«Eddaje... perfetto.» Mic poggiò er cubetto su un banco. «Mo' stamo a fa' scienza, capito?»
«Ao, io so' bravo co' le robe. Smonto i joystick e li rimonto.»
Mic attaccò sensori, schermature, e un vecchio oscilloscopio che teneva per nostalgia. Appena l'antenna toccò er filo d'argento, sullo schermo comparve un pattern: sembrava una calza stilizzata, ma fatta de onde. Poi, una mappa: Roma dall'alto. E sopra la mappa, puntini luminosi: ogni punto era una calza.
«È una rete,» disse Mic piano. «Una rete di... distribuzione.»
Edo s'appoggiò ar banco. «Distribuzione de che?»
Mic deglutì. «De memoria. O de coscienza. Nun lo so ancora spero non sia aliena .»
Er cubetto tutto ad un tratto emise un suono e proiettò ,non un ologramma come nei film, ma 'na specie de “sensazione visiva”, come quanno chiudi l'occhi e vedi comunque. Mic vide una figura: vecchia, curva, co' la scopa. Ma era fatta di dati, di polvere luminosa e di cuciture.
E parlò, sempre in romanesco, co' una voce ar tempo stesso stanca e allegra.
«A belli de zia… nun ve spaventate. Io so' 'na copia virtuale.»
Edo fece 'na faccia sconvolta. «Ma…è la Befana?»
«Quella vera se n'è annata da 'n pezzo. Ma voi c'avete 'na brutta abitudine: ve scordate le cose che ve fanno sentire umani. E allora io in collaborazione con lo staff di babbo natale m'hanno rimesso in giro.»
Mic strinse l'aria co' le dita, come se poteva afferrà 'un fantasma digitale. «Chi ti ha rimesso in giro?»
La figura fece 'na risata corta. « Te lo detto lo staff di babbo natale ma a dire il vero questa e na domandona grossa. Diciamo... er futuro che c'ha nostalgia.»
Mic scosse la testa. «Non ha senso.»
«Aò, manco Roma c'ha senso, eppure sta qua da quattro mila anni .»
Edo, che fino a quel momento aveva fatto er duro, sussurrò: «E 'sti regali? Che fanno?»
La Befana virtuale indica la mappa. «Ogni calza se apre solo davanti a uno che cerca 'na cosa precisa: un nodo. Un rimorso. 'Na paura. Un bisogno che nun dice. Dentro ce trovato un pezzo de voi… ma scritto meglio.»
Mic si irrigidì. «Manipolazione psicologica.»
«Educazione sentimentale», ribatté la Befana. «Voi ve siete fatti l'algoritmo pe' vende sta roba. Io me so' fatta l'algoritmo pe' ricordavve de guardavve.»
Mic rimase zitta, perché tanto odio, ammettilo non ci ami più come una volta .
Aho io sono la copia della Befana mica sono Babbo Natale.
Quella sera, Mic uscì co' Edo e andò a vedere una calza che, secondo la mappa, era “per lei”. Stava appesa a un albero spoglio vicino a un parco. La calza era grigia, quasi scientifica, senza fronzoli.
«Aprila,» disse Edo.
Mic fece un respiro. «Se è un trucco…»
«Ao, ma lascia perde er controllo, ogni tanto.»
Mic appoggiò la mano. La calza si aprì. Dentro c'era un oggetto semplice: una lettera stampata su carta vera. Sopra c'era scritto: MICOL RINALDI — CONSEGNA PERSONALE.
Mic la aprì. Una riga sola:
"Nun te devi merità l’affetto di chi conosci bene . Te devi solo permette de ricevelo."
Mic sentì 'na botta allo stomaco, come se qualcuno avesse svelato un segreto. Le venne in mente sua madre, la voce nei messaggi mai ascoltati, gli amici lasciati in sospeso perché “c'ho da fa'”. Tutto quella farsa che usava per nun sentì gli altri .
Edo je mise una mano sulla manica. «Ao... tutto bene?»
Mic annuì, ma l'occhi le bruciavano. «Sì. Solo che… 'sta vecchia sa troppe cose.»
Edo guardò la calza, poi il cielo. «Magari nun le sa bene . Magari le indovina perché semo tutti uguali quanno famo finta de niente.»
Tornarono di corsa in laboratorio. Mic voleva spegnere tutto, isolare , denunciare, capire. Ma quanno arrivò, er cubetto era spento. Sul banco c'era solo un pezzetto de carbone… che nun sporcava. E un biglietto scritto a mano (stavolta proprio a penna, storto):
«Se te fidi solo der vero misurabile, te perdi er vero importante. Nun te sto a controllà: te sto a svejà. Firma: 'A Zia detta la Befana .»
La mattina dopo, le calze sparirono come erano arrivate: senza scena. Però Roma non tornò identica. Qualcuno chiamò il commissariato per avere spiegazioni . Qualcuno altro , il ministero dell’interni . Chi aveva lasciato un caffè pagato senza vantarsene. Qualcuno smise de scrivere commenti cattivi sui social e iniziò a parlà, dal vivo, con una persona molto simile alla befana.
E Mic, che s’era data da fare per superare quello strano mistero, capì la cosa più fastidiosa di tutte: certe tecnologie, se so' fatte bene, nun te danno potere. Te danno responsabilità.
E Roma, per una volta, era rimasta a bocca aperta , perché la befana era stata vista in borghese insieme a babbo natale passeggiare mano nella mano , lungo via della conciliazione fermarsi a comprare le caldarroste vicino piazza san Pietro come una normale coppietta d’innamorati .
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