Il primo giorno dell’anno nuovo, a Napoli, non comincia mai davvero a mezzanotte: comincia quando il primo motorino taglia l’aria fredda del mattino e il primo caffè sputa vapore come una piccola locomotiva. Il gelo ti stringe tra le mani e ti fa sognare il dolce calore di una casa addobbata a festa.
Enzo scese quella mattina d’inizio anno i gradini di casa in ciabatte, con la sciarpa tirata fin sopra il naso. Il vicolo era mezzo addormentato: carte di botti a terra come petali bruciati, odore di fumo e di mare lontano, e la luce chiara di gennaio che pareva fatta apposta per far vedere meglio i buoni propositi e le bugie. Scese di casa velocemente con l’idea d’incontrare qualche amico con cui chiacchierare.
«Enzo » chiamò la signora Adele dal balcone, con i bigodini e una vestaglia che aveva visto più capodanni di lei. «Aggio ditto ca nun esci senza ’o cappiello!»
«Signò, ma quale cappiello. È ’o primo jorno, devo piglià aria nuova.»
«Aria nuova… e poi te pigli ’o raffreddore !» Adele fece schioccare la lingua. «Sient’a mme: stammatina porta ’na cosa bbona ’int’ ’o vico. Pure piccerella.»
Enzo alzò le spalle. «E che devo portare?»
Adele sorrise, ma gli occhi le restarono seri. «’Na parola bona . ’Na promessa. ’Nu gesto. Chillo che vuò. Però fallo primma ’e mezzogiorno.»
Enzo stava per rispondere, quando dal portone accanto uscì Tonino, l’amico suo, con un sacchetto di sfogliatelle e la faccia di chi aveva fatto pace col mondo solo perché il mondo gli aveva donato tanta dolcezza pasticciera .
«Ué, Enzo! Buon anno!»
«Buon anno… a te e a chille sfugliatelle.» Enzo annusò l’aria. «Ma tu stai ancora a magn’ ’a quest’ora?»
Tonino alzò il sacchetto come fosse una bandiera. «’O primo jorno se comincia cu ’a dolcezza. Si no, chillo l’anno nuovo t’accide il desiderio di assaggiare una cosa buona , ti può levare lo sfizio di assaporare una cosa particolare , la dolcezza è una donna nuda , una camminata vicino o mare, miezzo agli altri , tra gli spari vecchi e nuovi che salutano il nuovo anno
Adele si intromise dall’alto: « Si ma con ’a capa cuperta!»
Tonino fece finta di inchinarsi. «Adele io tengo ’a capa cuperta… d’idee!»
«E allora coprila bene , che l’idea tue so’ pericolose.» detto questo Adele rientrò, ma prima di chiudere aggiunse: Enzo, ricordate: primma ’e mezzogiorno.»
Enzo rimase con quella frase appesa addosso come un cornetto rosso.
«Che t’ha ditto?» chiese Tonino, già a metà di una sfogliatella.
«Niente. Che devo portare una cosa buona nel vicolo… prima di mezzogiorno.»
Tonino spalancò gli occhi. «Ah. Allora è vero.»
«Che è vero?»
Tonino si avvicinò, abbassò la voce, teatrale: «’O primo giorno dell’anno a Napoli accadono cose magiche . E si tu fai ’a prima mossa , a mossa te torna addosso tutto l’anno. È come… ’na firma.»
Enzo sbuffò. «E tu che firma hai fatto?»
Tonino si batté una mano sul petto. «Sfogliatella. Firma zuccherata.»
«Tu sei scemo.»
«Sì, ma so’ scemo felice.» Tonino gli porse una sfogliatella. «Tieni. Questa è pace, questo ammore.»
Enzo la prese, addentò. Croccò. La dolcezza gli fece venire voglia di crederci anche lui a quella leggenda .
Camminarono verso Spaccanapoli. I negozi erano mezzi chiusi, ma i presepi nelle botteghe restavano accesi come piccoli mondi che non volevano spegnersi. Davanti a una vetrina, un pastore con la faccia di Pulcinella pareva guardare Enzo.
«Hai visto?» disse Tonino. «Pare che te parla.»
«Che mi deve dire, quello?»
Tonino indicò la statuina: «Dice: “Enzo , nun fa’ ’o tirchio pure cu ’e sentimenti.”»
Enzo rise, ma la risata gli si fermò in gola quando vide una cosa strana: nella vetrina, accanto al fiumiciattolo di stagnola, c’era una piccola porta che prima non aveva notato. Una porticina in legno scuro, alta quanto una mano, con un batacchio minuscolo.
«Tonino… ma quella porta sta là da sempre?»
Tonino strinse gli occhi. «Quale porta? Io vedo solo ’o presepio.»
Enzo si avvicinò. La porticina era reale, troppo reale per essere un dettaglio. Sul legno c’era incisa una scritta: *’O PRIMMO MESSAGGIO *.
Un colpo secco dietro il legno: *toc toc*.
Enzo fece un passo indietro. «Hai sentito?»
Tonino masticava. «Io sento solo spari di fuochi d’artificio .»
*TOC TOC* più forte.
Enzo, senza capire perché, alzò la mano e bussò col dito. Il batacchio tremò come se avesse freddo.
La porticina si aprì con un cigolio sottile, e da dentro uscì un filo di luce azzurra, come il riflesso del mare di notte. Poi una voce, piccola ma antica:
«Chi porta ’ò primmo messaggio , porta ’o primmo destino.»
Enzo rimase impietrito. Tonino continuava a non vedere niente, guardava solo la vetrina come se fosse normale.
«Io…» balbettò Enzo . «Io chi?»
Dalla porta spuntò una creatura alta quanto una tazzina: un ometto di terracotta, vestito da pescatore, con un berretto e gli occhi neri lucidi. Sembrava una statuina del presepe, ma respirava.
«Nun te spaventà.» disse l’omettino. «Io songo ’o Custode d’ ’o Primo Natale .»
Enzo si piegò, incredulo. «Ma… tu…»
Tonino gli diede una gomitata. «Enzo, che fai? Parli col vetro?»
Enzo non rispose a Tonino. Guardava solo l’omettino. «Che vuoi da me?»
Il Custode si aggiustò il berretto. «Niente. Voglio vedé che messaggio porti. Adele t’ha avvisato, eh?»
«Tu conosci Adele?»
Adele conosce tutt’ ’e cose.» disse il Custode, serio. «E pure chelle che nun so’ cose belle o brutte .»
Enzo sentì un brivido.«E se io non porto nessun messaggio ?»
Il Custode fece una smorfia. «Allora tu porti te stesso. E a volte nun è sempre ’na bella compagnia.»
Tonino intanto parlava con una signora che passava: «Buon anno! Buon anno!» e rideva, ignaro.
Enzo guardò il Custode. «Qual è il messaggio giusto?»
«Chesta è ’a trappola.» rispose l’omettino. «Nun esiste un messaggio giusto. Esiste il tuo messaggio. Quello che ti rende vivo, quello che ti rende felice .»
Enzo deglutì. « Quanto mi costa…»
Il Custode annuì e indicò il vicolo alle spalle, come se dietro Napoli ci fosse un’altra Napoli. «Hai qualcuno a cui non parli da tempo ?»
Enzo pensò subito a suo padre. Era vivo, sì, ma era come se stessero in due città diverse ,anche se seduti allo stesso tavolo. Una guerra silenziosa fatta di frasi a metà e sguardi che scappavano dall’incontrarsi e spiegarsi cosa li rendeva cosi indifferenti e silenziosi .
«Sì.» disse Enzo piano.
«Allora piglia il tuo messaggio e portalo a chi sai .» Il Custode allargò le braccia. «Ma primma ’e mezzogiorno. Dopo, ’o primo giorno dell’anno se chiude la porcina e ogni giorno diventa ’nu giorno come tutti. E tu resti come tutti ignaro del tuo desiderio di dialogare e di trovare finalmente una spiegazione .»
Enzo sentì la sfogliatella pesargli nello stomaco come una pietra dolce.
«E Tonino ?» chiese.
Il Custode guardò Tonino con una tenerezza strana. «Tonino vede solo chillo che è pronto a vedé. E va bene accussì.»
La porticina tremò. «Mo’ va’.»
Enzo fece per dire altro, ma la porticina si richiuse. La luce azzurra sparì. Rimase solo il presepe dietro il vetro.
Tonino tornò da lui. «Allora? Che t’ha detto ?»
«Niente.» disse Enzo , con la voce diversa.
Tonino lo studiò. «Tu hai ’a faccia di chi nasconde qualcosa.»
Enzo prese fiato. «Vengo con te un attimo… poi devo andare da mio padre.»
Tonino fischiò. «Uh. Questa sì che è una bella notizia , fai pace con tuo padre, finalmente .»
Camminarono fino a un bar aperto, uno di quelli che sembrano non chiudere mai per non perdere i segreti del quartiere. Il barista puliva tazze come se stesse lucidando il futuro
«Due caffè?» chiese Tonino .
Enzo annuì. Guardò l’orologio: mancavano quaranta minuti a mezzogiorno.
Il barista mise giù le tazzine. «Buon anno, guagliù.»
Tonino rispose allegro: «Buon anno!»
Enzo invece si accorse di una cosa: nel caffè, la crema disegnava un piccolo vortice, come un occhio. Gli venne in mente il Custode del primo Natale . Gli venne in mente Adele. E la porticina.
Tonino bevve d’un fiato. «Allora, che gli dirai a tuo padre?»
Enzo strinse la tazzina. «Non lo so.»
Tonino gli poggiò una mano sulla spalla. «Dì ’a verità semplice. Quella che si dice quando non hai più voglia di far del male a qualcuno e ti decidi di dire quanto gli vuoi bene .»
Enzo guardò Tonino . «Da quando sei diventato filosofo?»
Tonino alzò le sopracciglia. «Da quando ho scoperto cosa significa natale . È pericoloso.»
Uscirono. L’aria era più chiara, più tagliente. Napoli sembrava lavata male, ma con amore.
Arrivarono sotto casa del padre di Enzo , poco distante. Il portone era lo stesso di sempre, e proprio per questo faceva paura: le cose di sempre contengono tutti gli anni passati.
Enzo esitò.
Tonino gli fece un cenno. «Io t’aspetto qua. Se vuoi. O me ne vado. Come preferisci.»
«Resta.» disse Enzo . «Così… mi sorvegli il mondo mentre gira .»
Tonino si mise vicino al motorino, come una guardia del corpo, improvvisata.
Enzo salì. Bussò.
Dall’interno: passi lenti. Il padre aprì. Aveva la faccia stanca, quella faccia che non sa più se è arrabbiata o solo abituata.
«Che vuoi?» disse, senza cattiveria, ma senza dolcezza.
Enzo sentì il tempo stringersi. Guardò l’orologio dietro la testa del padre, appeso al muro: 11:47.
Le parole che aveva preparato in mille notti non uscivano. Uscì invece una frase piccola, vera, quasi ridicola.
«Papà… buon anno.»
Il padre sbatté le palpebre. «Buon anno.» rispose, e pareva un obbligo.
Enzo scosse la testa. «No. Aspetta. Io… io volevo dire… buon anno davvero. Senza guerra.»
Il padre lo fissò. «Che guerra?»
Enzo sentì la gola bruciare. «Quella che facciamo noi, ogni giorno. Con le facce, con i silenzi. Io sono stanco.»
Un attimo lungo. Il padre guardò in basso, come se stesse contando i cocci della sua esistenza di padre e di uomo ferito dalla vita .
«Pure io sono stanco Enzo .» disse.
Enzo restò lì, sorpreso che una sola frase potesse spostare una stanza.
Il padre aprì la porta un po’ di più. «Entra. Te faccio un caffè.»
Enzo annuì, e in quel momento, da qualche parte nel vicolo, una campana suonò mezzogiorno. Ma non era una campana vera: era un suono sottile, come un cucchiaino contro il vetro.
Enzo ebbe l’impressione che, nel presepe di una bottega lontana, una porticina minuscola si richiudesse per un altro anno. Rimase in casa con il padre per circa mezz’ora in breve lasso di tempo i due ricordarono i loro momenti felici passati insieme , ricordarono pure i giorni tristi , la morte della madre di Enzo la moglie di suo padre. Ricordarono la vita scorrere , scoppiettare come i fuochi d’artificio gli ultimi natali passati insieme in silenzio .
Quando uscì, Tonino stava ancora là. «Allora?»
Enzo espirò. «Ho portato il mio messaggio .»
Tonino sorrise, come se avesse sempre saputo. «E com’era? Pesante?»
Enzo ci pensò. «Pesante prima. Dopo… leggero.»
Tonino gli diede una pacca sulle spalle . «Ecco. Mo’ sì che è iniziato l’anno.»
Si incamminarono di nuovo nel vicolo. La signora Adele, dal balcone, li guardò e fece un cenno piccolo con la mano, come se avesse timbrato un documento invisibile.
«Enzo!» gridò. «Te l’aggio visto ’nfaccia. Bravu. Mo’ mett’ ’o cappiello, però!»
Enzo rise. Questa volta la risata gli uscì intera.
Si mise il cappello di Tonino (che protestò solo per finta) e pensò che, a Napoli, il fantastico non è un’altra realtà: è la stessa realtà quando finalmente decidi di parlare con il cuore di ciò che ti sta veramente al cuore di dire, che l’amore in fondo è una porticina assai piccola che potrai aprire per amore e solo con l’amore di figlio, piche su questa terra siamo tutti figli di un Dio chiamato di solito padre.
Il Primo Giorno Di Nuovo Anno
Moderatori: Gaetano Intile, Robennskii
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Domenico De Ferraro
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