Narratore nascosto e narratore palese

"Officina" come luogo, dove si può imparare a capire cos’è un racconto, dove poter apprendere le tecniche costruttive della narrazione, almeno le più elementari.
Si organizzeranno corsi strutturati in varie lezioni.

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Narratore nascosto e narratore palese

Messaggio da Gaetano Intile »

Entriamo ora nel sancta sanctorum della narrazione.
Distinguere in categorie i vari tipi di narratore è importante ed è l’opera messa a punto da Genette nel suo Figure III. Esiste però anche un altro livello importante quanto individuare le caratteristiche del narratore, ed è quello che segna il grado di udibilità del narratore.
L’effetto è quantitativo: più sono i tratti di identificazione più percepiamo la presenza di un narratore. La storia non narrata, o narrata in modo minimale è una storia in cui non compaiono o compaiono pochi tratti caratteristici.
Si può dunque fare una distinzione tra NARRATORE NASCOSTO e NARRATORE PALESE.
Tre sono le questioni preliminari: LA NATURA DEL DISCORSO INDIRETTO, la manipolazione della superficie del testo allo scopo di OCCULTARE IL NARRATORE, la limitazione del punto di vista di uno dei personaggi.
La complessità del discorso indiretto ha generato un’ampia letteratura senza raggiungere risultati conclusivi e ha costretto la linguistica contemporanea a rimettere in discussione formulazioni tradizionali. Il discorso è molto complesso, ma l’accenno spero sia utile.
Insomma ancora non sono chiari i meccanismi attraverso cui il discorso indiretto si evidenzia.
Ma torniamo al narratore.
La narrazione nascosta occupa un terreno intermedio tra la non narrazione e la narrazione nettamente percepibile. Nella narrazione nascosta si sente una voce che parla di eventi, personaggi, luoghi, ma rimane nell’ombra. Diversamente dalla storia non narrata, la narrazione nascosta può esprimere i discorsi o i pensieri di un personaggio in forma INDIRETTA. Ciò implica degli espedienti interpretativi o un MEDIATORE, qualitativamente differenti dalla semplice stenografia mentale, dice Chatman, delle narrazioni non narrate.
Deve esserci un interprete che che muta i pensieri dei personaggi in espressione indiretta, e non si può dire se dietro le parole si nasconde a volte il suo punto di vista.
Giovanni disse che sarebbe venuto, può comunicare di più che Giovanni disse verrò, dal momento che non si può garantire che Giovanni abbia adoperato quelle esatte parole. E per questo se ne trae l’impressione di un narratore nascosto nel primo caso. L’opposizione temporale condizionale indicativo costruisce la differenza tra un narratore nascosto e uno palese in questo caso.
Il campo della narrazione nascosta è per certi versi sconcertante e uscirne disorientati è quasi la regola.
Chatman a questo punto fa un esempio e ricorre a Joyce (con la premessa che assegnare il termine narratore alla voce mentale del monologo è errato), a I due galanti e al narratore Lenehan.
E scrive come sia un errore pensare che Lenehan sia il narratore de I due galanti. Perché quando egli pensa o ricorda non sta raccontando una storia a qualcuno, nemmeno a se stesso. È invece un parlante esterno che riporta i suoi pensieri

Nella fantasia vedeva la coppia di amanti passeggiare lungo la buia strada, udiva la voce di Corley profondersi in energiche galanterie e gli riappariva il sorriso impudente della ragazza: visione che riacuiva in lui il senso della propria povertà di spirito e di portafoglio. Era stanco di quel vagabondare contino, di tirare il diavolo per la coda, di espedienti e di intrighi.

È evidente che il vocabolario di Lenehan non possa comprendere profondersi in galanterie, povertà di spirito e di portafoglio, espedienti e intrighi. E se non sono parole sue allora sono le parole del narratore. Il narratore sta attribuendo la sensazione di povertà di spirito e di portafogli a Lenehan, ma è solo un’analisi interna fatta dal narratore. Quando invece compaiono le parole di Lenehan, stanco di quel vagabondare, di tirare il diavolo per la coda, ecco qui arrivare una citazione in forma indiretta libera che si ricollega al narratore nascosto rendendo invisibile lo stacco.

Ma facciamo un passo indietro.
I Promessi Sposi sono un esempio classico di narratore onnisciente e palese, che si ritaglia uno spazio distinto nel racconto in cui si pone criticamente nei confronti della storia che sta raccontando giocando col suo doppio Anonimo secentista.
“Esiste invece un modello di narrazione nascosta, dove si sente una voce che parla di eventi, personaggi, ma il narratore rimane nell’ombra” dice il nostro Seymour Chatman, come ne I Malavoglia di Verga.
Il narratore nascosto predilige il racconto mimetico, particolareggiato, scenico drammatico, che sembra farsi da solo. Anche le descrizioni sono focalizzate in questo tipo di narrativa. Quando in Madame Bovary di Flaubert si legge: Emma salì a vedere le camere. La prima non era affatto ammobiliata, ma la seconda, quella coniugale, aveva da esibire un letto di mogano e un’alcova di panno rosso. Non si fatica a capire che si tratta di una descrizione soggettiva.

Ecco, ad esempio, un brano tratto da Ad occhi chiusi di Federico Tozzi.

Ghisola gli aveva insegnato a far l’inchiostro con le more e come si succhiano, per il loro sapore sciapo, certi fiori rossicci simili a gigli selvatici, che si trovano tra gli steli del grano, più bassi delle spighe; e quand’erano mature da mangiarsi, le bacche rosse delle siepi. Glielo aveva insegnato perché smettesse di tirarle le zolle; quando s’era accorto che ella girava da una passata e l’altra non certo per lavorare. Un giorno, mentre egli faceva colazione, seppe che Ghisola era tornata a Radda. Rebecca lo diceva ad Adamo. Alzò la testa per ascoltare meglio e continuò a mangiare; ma stette quasi rincantucciato, fino alla sera, in fondo alla tavola, con la testa tra i pugni.
La pioggia cominciò ad ammollare i vetri della finestra chiusa, quasi avesse voluto allagare la stanza. Era una di quelle piogge a vento che battono sopra un muro per buttarlo giù. E all’improvviso cadono dritte, trasparenti e chiare: poi si vedono voltate dalla parte opposta; e poi scompaiono; finché, di quando in quando, giunge al viso soltanto qualche gocciolina, come la punta di un ago diaccio. E tutte le strade cambiano i loro colori: respirano, s’empiono di sole, che poi diventa ombra e ridiventa luce. Mentre dalla Montagnola, come da un riparo, le nuvole vengono dritte verso Siena, vanno sopra il Monte Amiata.
Strade che si dirigono in tutti i sensi, si rasentano tra sé , s’allontanano, si ritrovano, si fermano; come se non sapessero dove andare; con le piazze piccole, e sbilenche, ripide affondate, senza spazio, perché tutti i palazzi antichi stanno addosso a loro.
Cerchi e linee contorte di case, quasi mescolandosi come se ogni strada tentasse di andare per conto proprio, pezzi di campagne che appaiono dalla fessura di un vicolo visto in tralice, dalla scalinata di una chiesa, da qualche loggia dimenticata e deserta.
Allora Pietro s’immaginò che Ghisola, per cattiveria, l’obbligassero a camminar sola, tutta molle. E pensando così, a lungo, gli venne sonno.

Allora, la partenza di Ghisola, l’informazione più importante per Pietro, viene data non direttamente dal narratore, ma attraverso la focalizzazione sul personaggio di Rebecca, senza alcuna spiegazione. Nella descrizione della pioggia si è vista un’altra focalizzazione, questa volta sul protagonista.
In Tozzi, come in Virginia Woolf, il narratore non scompare mai del tutto, perché, se la prospettiva sensoriale è quella di Pietro, via via la descrizione si slarga in una sorta di epifania memoriale (le case, le campagne) che sottende un io lirico superiore alla visione ristretta del personaggio. Il nesso tra l’excursus e il protagonista è nella réverie di Ghisola costretta a camminare nella pioggia, un’immagine di derelizione suggerita dalla malinconia del paesaggio.

Secondo Chatman ci troviamo in questi casi davanti a forme di percezione indiretta libera.
Non è tuttavia esatto ritenere che nella narrativa nascosta il narratore non possa entrare, anche se limitatamente, all’interno di un personaggio.
Un caso esemplare è il capolavoro di Verga, I Malavoglia. Qui il narratore anonimo popolare appartiene allo stessa classe sociale e culturale dei personaggi ed è portatore di un’ideologia arcaico rurale tipica dei ceti provinciali subalterni, eredita dal narratore classico onnisciente alcune funzioni: può intervenire nel racconto col commento o con similitudini e paragoni, dà ragguagli e giudizi sui personaggi, penetra nel loro animo per rivelarne i pensieri, sentimenti e persino sogni; può anticipare proletticamente gli eventi. Tuttavia, per lo più, il narratore cede la parola ai personaggi, nelle forme del discorso diretto, indiretto libero, sia in modo singolo che corale.

Qui, ad esempio, emerge l’onniscienza del narratore.
Certo è che ‘Ntoni salutò la Sara colla mano, ed ella rimase colla falce in pugno a guardare finché il treno non si mosse. Alla Longa l’era parso rubato a lei quel saluto: e molto tempo dopo, ogni volta che incontrava la Sara di comare Tudda, nella piazza o al lavatoio, le voltava le spalle.
Quindi a poco a poco si sbrancarono anch’essi, e padron ‘Ntoni , indovinando che nuora avesse la bocca amara, le pagò due centesimi di acqua col limone.
La Longa corse subito in cucina, quasi avesse furia di trovarsi a quattr’occhi colle vecchie stoviglie.

La funzione valutativa del narratore interpreta i sentimenti dei personaggi. Quel “e molto tempo dopo” ne ribadisce l’onniscienza. Mentre l’analisi psicologica è evidente nella motivazione del gesto di padron ‘Ntoni (indovinando) e nella comparativa ipotetica (quasi avesse furia).

Il narratore scoperto, o palese, evidenzia la sua onniscienza in diversi modi:
1) spazia da un ambiente all’altro, da un tempo all’altro, liberamente; 2) può descrivere extradiegeticamente oggetti, luoghi, personaggi, fornire informazioni, mentre il narratore nascosto preferisce giocare sulle supposizioni, dando per scontato che il narratorio conosca tutto il necessario per capire il racconto; 3) è in grado di riassumere segmenti più o meno lunghi della storia, per esempio gli antefatti, il passato di un personaggio, le transizioni da una scena all’altra; 4) ha la facoltà di riferire il non detto o l’implicito e persino il non pensato, sino al limite dell’alterazione della prospettiva (parallessi); 5) fa riferimento alla propria persona attestando la credibilità di ciò che racconta; 6) interviene commentando la diegesi, interpretando e giudicando fatti e personaggi, anche in modo ironico in modo da far risaltare la distanza tra narratore e personaggio; 7) può commentare non solo la diegesi che sta narrando ma il discorso stesso, intervenendo metanarrativamente sulla struttura del racconto e invitando il lettore a osservare le peculiarità del racconto in quanto discorso narrativo.
Robennskii
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Re: Narratore nascosto e narratore palese

Messaggio da Robennskii »

Ho letto con molta attenzione, due volte. Sono tornato su vari passaggi ripetutamente.

È davvero il cuore della scrittura. Ma difficile, difficile sviluppare il discorso su tutte le linee necessarie senza perdersi.

Propongo, se tu sei d'accordo e anche gli altri, un esercizio numero sette da portare avanti insieme. Per la mia modesta opinione, sarebbe utile impostare le linee generali di una piccola trama (può essere anche un solo paragrafo), una sorta di impasto iniziale, e poi trasformarlo sulle due direttrici palese e nascosto. Forse una separazione netta non è possibile, ma che si fornisca quantomeno un segnale della presenza del narratore nelle due diverse modalità.

Namio non so se è fattibile. Mi rimetto alla tua valutazione.
Gaetano Intile
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Re: Narratore nascosto e narratore palese

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Roberto. Certo che la tua idea è fattibile. Anzi, dirò di più. Di solito il discorso libero indiretto si accoppia al narratore nascosto. Proverei degli esercizi in cui un testo viene reso con narratore nascosto e discorso libero indiretto, e magari lo stesso testo con narratore palese onnisciente e discorso diretto.
Faccio una prova come esempio e la posto.
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