Distanza

"Officina" come luogo, dove si può imparare a capire cos’è un racconto, dove poter apprendere le tecniche costruttive della narrazione, almeno le più elementari.
Si organizzeranno corsi strutturati in varie lezioni.

Moderatore: Gaetano Intile

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Gaetano Intile
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Distanza

Messaggio da Gaetano Intile »

Con il riprendere la distinzione platonica tra diegesi (il racconto gestito da un narratore) e mimesi (il racconto condotto dai personaggi attraverso il dialogo) o quella di Henry James tra telling (narrare) e showing (mostrare), Genette considera che il racconto più particolareggiato, o mimetico, sia meno distante di quello narrato.
Il racconto mimetico implica sia il predominio jamesiano della scena, sia l’assenza, o trasparenza, del narratore. Con riferimento alla maggiore o minore potenzialità mimetica si possono distinguere diverse forme di discorso, proprie del racconto di parole (costituito non da fatti ma delle voci dei personaggi).
A) Il discorso NARRATIVIZZATO o racconto, è il tipo più distante, gestito da un narratore che riassume le parole dei personaggi.
B) Il discorsto TRASPOSTO , in stile indiretto, è più mimetico e quindi meno distante del precedente, ma conserva la presenza del narratore che può riassumere o citare le parole dei personaggi in modo più o meno arbitrario.
C) il discorso TRASPOSTO IN STILE INDIRETTO LIBERO è ancor più mimetico perché il discorso del narratore imita quello del personaggio o il personaggio si esprime attraverso la voce del narratore, sicché non è possibile distinguere le parole dell’uno da quelle dell’altro e dire che si tratti di parole o pensieri.
D) il discorso RIFERITO O DIRETTO, è la forma più mimetica e la meno distante, perché il narratore cede la parola al personaggio.

Nella novella NEL SEGNO di Pirandello si trovano tutt’e quattro le forme di discorso, dalla scena dialogata iniziale al discorso narrativizzato, dal discorso trasposto in stile indiretto al discorso indiretto libero.

O prendiamo quest’altro esempio tratto da Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani.

Ne nacque un litigio. Io recitavo la parte del testardo interrompitore, e lei, dal canto suo, alzando la voce e bamboleggiando, ad accusarmi della “solita pignoleria”. “Era evidente”, gridava, “io dovevo aver fiutato la sua intenzione di non mettermici nemmeno, nella sua epigrafe, e così, per pura gelosia, mi rifiutavo di stare ad ascoltarla.”
Poi ci calmammo. Prese a parlarmi una volta di più di quando lei e Alberto erano ragazzi. Se volevo proprio saperla, la verità, tanto lei quanto Alberto avevano sempre provato una grande invidia nei confronti di chi come me aveva la fortuna di studiare in una scuola pubblica. Ci credevo? Arrivavano al punto d’aspettare con ansia, ogni anno, l’epoca degli esami soltanto per il gusto d’andare anche loro a scuola.
“Ma perché, se vi piaceva tanto andare a scuola, studiavate poi in casa?” domandai
“ Il papà e la mamma, la mamma soprattutto, non volevano assolutamente…”

Allora, le prime due frasi sono diegetiche, con e lei ... ad accusarmi si passa al discorso narrativizzato, che riassume parte delle parole del personaggio citandone alcune direttamente. Segue il discorso indiretto libero. Il secondo capoverso comincia ancora in forma diegetica, per passare a una frase in discorso narrativizzato (Prese a parlarmi) e il solito indiretto libero interroto poi dal discorso diretto del dialogo.

L’intervento del narratore può essere notato anche dalla variazione dei modi e tempi verbali, ad esempio nell’opposizione indicativo-condizionale, passato remoto-imperfetto.

Ecco un brano di Italo Svevo, tratto dal romanzo Una Vita:

Aiutata dalla cameriera Annetta servì il tè. Con Macario ella insistette che prendesse anche qualcosa d’altro; incaricò la cameriera di porgere una tazza ad Alfonso, gli occhi del quale brillarono d’ira. Cominciava a sentire il dovere di reagire; quello che più di tutto lo preoccupava era il timore che Macario lo disprezzasse non vedendolo subire tanto umilmente tali impertinenze. Avrebbe dato del suo sangue per trovare una parola acconcia, pungente.

Solo la prima frase attiene al livello della diegesi, in quanto si riferisce a un’azione: il servire il tè, in altre parole, il narratore gestisce direttamente il racconto.
Nella seconda frase vi è un contenuto metalinguistico, perché allude alle parole di Annetta rivolte a Macario (discorso narrativizzato). La terza frase comprende un fatto extralinguistico (la cameriera porge la tazza ad Alfonso), ma mediato da quell’incarico che dà all’enunciato un valore direttivo; l’aggiunta gli occhi del quale brillarono d’ira è un intervento del narratore (una sottolineatura psicologico-valutativa), perché qualcuno dice la causa dell’evento. Tutte le altre frasi sono pensieri, giudizi, propositi del narratore onnisciente che sembra trasporre, col condizionale, un’eco emotiva dello stato d’animo di Alfonso, quasi un pensiero indiretto libero.

Dunque, per Genette la distanza è un modo con cui la narrazione regola il flusso informativo avvicinandosi o allontanandosi dalla diegesi.

Non tutti gli autori la pensano come Genette, ad esempio in Distanza e Punti di Vista Wayne Booth segue una strada diversa. Ma non voglio mettere troppa carne al fuoco.
Robennskii
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Re: Distanza

Messaggio da Robennskii »

Questi esempi, di altissimo livello, ci danno la misura non solo della distanza ma della velocità. Forse è anche banale dirlo, ma l'autore decide "l'ingrandimento" con cui il lettore vedrà la scena. Il narrato puro lo assimilerei all'orizzonte, lontano, ampio e nel quale ogni movimento appare lento, mentre il diretto porta quasi in medias res, costringendo all'inseguimento veloce.
Gaetano Intile
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Re: Distanza

Messaggio da Gaetano Intile »

Ciao, Roberto.
Grazie per le riflessioni. Non dimenticare, però, quanto ci siamo scritti a proposito della velocità del racconto. In realtà le sequenze dialogiche hanno l'effetto di rallentare la narrazione: oltre a quello di allineare il tempo della storia con quello della narrazione. Ma il discorso mimetico non si sovrappone perfettamente ai dialoghi, come avrai avuto modo di capire dal testo che ho postato. Il discorso riferito, o diretto, è il più mimetico dei discorsi. E per Chatman, ma anche Genette, il discorso mimetico è quello che più avvicina il testo scritto, i personaggi, al lettore.
Non dimenticare che per la Poetica platonica, e quella successiva, la mimesi è da intendersi come il discorso riferito da un attore in teatro. L'esperienza narrativa orale e teatrale è fondamentale, anzi dirimente, per il mondo greco. E Platone spesso se la prende con la schiavitù della parola scritta, ritenendola inferiore all'oralità e al gesto della memoria. In teatro l'attore si mimetizza, diventa altro da sé, effettua un'operazione di straniamento da se stesso per interpretare la parte assegnata. Ma la mimesi opera a un livello anche più profondo, maggiore sarà la bravura e il sostrato personale da cui attinge l'attore, maggiore sarà la compenetrazione e la partecipazione emozionale del pubblico al testo ma anche all'esperienza unica dell'attore in scena. Egli stesso diventa il personaggio che interpreta. Se sei un frequentatore di teatro lo puoi capire più facilmente, un grande testo può essere banalizzato da mediocri attori e viceversa. Il coinvolgimento lo fabbrica l'attore in scena molto più dell'autore col suo testo. Con la trilogia del teatro nel teatro Pirandello mostra questa strada. Questa sera si recita a soggetto, ad esempio.
Funziona in modo simile con la musica rappresentata dal vivo.
La parola scritta è una mediazione, intanto perché raccontata da un narratore, sia perché il lettore immagina soltanto quel che legge, non lo vede e sente dal vivo, non lo percepisce. La lettura è un atto solo razionale, in cui i sensi partecipano poco.
Come al solito divago, fatto sta che con il discorso narrativo l'autore può, con le tecniche di cui ho scritto, diminuire o aumentare la distanza tra il testo e il lettore, ma non può mai azzerarla questa distanza. Col teatro il discorso è diverso. E col cinema è un'altra faccenda ancora.
Di tanto in tanto ascolto Radio 3 Rai, letture e musica di prim'ordine, tra parentesi. Mi pare ieri ho ascoltato in macchina il discorso di un dissidente russo sul rapporto tra letteratura, cinema, teatro e potere in Russia. Raccontava che oggi solo la letteratura può permettersi di essere libera e di esprimere un certo dissenso, perché non controllata dal regime, perché gli autori sono singoli e indipendenti e possono scrivere da ovunque e comunque i loro libri possono circolare anche se messi all'indice. Mi ha ricordato Solgenitzin. Mentre sia il cinema che il teatro appoggiano il regime perché in Russia teatro e cinema sono sempre stati finanziati dallo Stato e non sono liberi di esprimere quel che vogliono, di rappresentare liberamente. Accade anche questo. Il mezzo che più avvicina, il teatro, in determinati casi è anche quello che più allontana.
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