Prospettiva, o punto di vista

"Officina" come luogo, dove si può imparare a capire cos’è un racconto, dove poter apprendere le tecniche costruttive della narrazione, almeno le più elementari.
Si organizzeranno corsi strutturati in varie lezioni.

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Gaetano Intile
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Prospettiva, o punto di vista

Messaggio da Gaetano Intile »

La prospettiva è il punto ottico a partire dal quale il racconto trasmette l’informazione.
Seymour Chatman, nella sua opera più volte citata, ci ricorda che il punto di vista è sì un orizzonte percettivo, ma può anche riferirsi a una visione concettuale o prammatica.
Pertanto scrive:
“ La differenza fondamentale tra punto di vista e voce narrativa è questa: il punto di vista è il luogo fisico o l’orientamento ideologico o la situazione pratico-esistenziale rispetto a cui si pongono in relazione gli eventi narrativi. La voce, al contrario, si riferisce al discorso o agli altri mezzi espliciti tramite i quali eventi ed esistenti vengono comunicati al pubblico. Punto di vista non significa espressione, significa solo la prospettiva attraverso cui è resa l’espressione. Prospettiva ed espressione non sono necessariamente collocate nella stessa persona. Molte combinazioni possono presentarsi. Consideriamo il punto di vista in senso letterale, e cioè quello percettivo. Eventi ed esistenti possono essere percepiti dal narratore e raccontati da lui in prima persona: Mi sentii cadere, o Vidi Jack cadere, nel primo caso il narratore è protagonista, nel secondo è testimone. Oppure il punto di vista può essere assegnato a un personaggio che non è il narratore: e allora la voce narrativa distinta può farsi o non farsi udire. È il caso di: Mary, poverina, vide Jack cadere. Oppure ancora l’evento può essere presentato in modo che non risulti chiaro chi e se qualcuno lo percepisce (in questo caso la percezione non interessa): Jack cadde.”



Dunque, se la narrazione è gestita dal narratore onnisciente, che ne sa e ne dice più di qualsiasi altro personaggio (per intendersi: Narratore > Personaggio), si ha il racconto a NON FOCALIZZATO o a FOCALIZZAZIONE ZERO.
L’esempio classico di racconto a focalizzazione zero è I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Se invece la narrazione è gestita da un personaggio, di cui assume il Punto di Vista (Narratore = Personaggio, o visione con), si ha un racconto a FOCALIZZAZIONE INTERNA.
L’esempio classico è il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.
Se, ancora, la narrazione è gestita da un narratore che ne sa e ne dice meno di un personaggio (Narratore < Personaggio, o visione dall’esterno), si ha il racconto a FOCALIZZAZIONE ESTERNA.
Sono quei racconti che registrano fatti e parole dei personaggi senza che il lettore possa capire i loro sentimenti o pensieri.
Queste tre modalità possono però pure intrecciarsi o alternarsi in uno stesso testo: il racconto avventuroso, ad esempio, inizia quasi sempre con la focalizzazione esterna su alcuni personaggi enigmatici, o anche sul protagonista descritto misteriosamente, per proseguire con l’onniscienza, che rivela gli antecedenti dell’eroe, o con la focalizzazione su di un personaggio.

La focalizzazione è una restrizione del campo visivo rispetto all’onniscienza del racconto classico, dove il narratore non solo sa e vede tutto, penetrando nell’animo dei personaggi e interpretandone i più reconditi pensieri, ma è anche onnipresente, è ubiquo, osserva ciò che a tutti sfugge.
La focalizzazione interna può essere FISSA (tutto è filtrato dal protagonista) o VARIABILE (dove le figure focali sono un certo numero) o MULTIPLA , come nei romanzi epistolari, dove lo stesso avvenimento viene evocato varie volte a seconda dei punti di vista dei personaggi.
Facciamo un passo indietro. Prospettiva e voce, punto di vista e narratore, seppur distinte sono nel concreto sempre strettamente unite.
Prendiamo I Promessi Sposi, il romanzo presenta la figura del narratore autore onnisciente da cui sono state viste e dette le cose che avvengono nel racconto. Un modo piuttosto classico e rodato.
La peculiarità del discorso narrativo manzoniano consiste in un’accurata separazione delle parti tra il narratore e i personaggi.
Ciò permette l’autonomia del narratore nell’assumere, con la propria voce, la responsabilità dei giudizi morali, psicologici, storici, o d’altro tipo che attraversano il racconto.
Se una narrazione esiste in quanto tale, perché una voce comunica ciò che il punto di vista osserva, l’analisi critica sarà incaricata di constatare i singolari effetti estetici prodotti dall’incrocio tra prospettiva e voce narrante.
Ne I Promessi Sposi si assiste a una caratteristica alternanza tra onniscienza e la dialogicità dei punti di vista e dei discorsi dei personaggi, mentre la focalizzazione media queste istanze demandando alla prospettiva parziale e soggettiva quanto in effetti i personaggi vedono e sentono nel groviglio ambiguo delle esperienze.
Il narratore, insomma, pure se onnisciente e perciò totalmente responsabile del racconto, non prevarica sul personaggio facendogli vedere e fare ciò che vuole.
Questo metodo narrativo peculiare dà i suoi frutti migliori anche per gli effetti ironici indotti dalla distorsione delle prospettive nelle scene di massa di Renzo a Milano.
Qui di sotto un esempio con il testo manzoniano.

Di queste e altrettali cose che vedeva e sentiva (punto di vista del personaggio raccolto dalla voce del narratore), Renzo cominciò a raccapezzarsi ch’era arrivato in una città sollevata, e che quello era un giorno di conquista (punto di vista del personaggio: qui la focalizzazione recupera quasi un discorso indiretto libero), vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento (punto di vista del narratore onnisciente: giudizio). Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro (intervento metanarrativo del narratore sul personaggio di cui si parla: onniscienza), la sincerità storica ci obbliga a dire (distacco, autonomia del narratore) che il suo primo sentimento fu di piacere (focalizzazione).
Aveva così poco da lodarsi sull’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in qualche maniera (punto di vista di Renzo: focalizzazione). E del resto, non essendo un uomo superiore al suo secolo (distacco del narratore onnisciente), viveva anche lui in quella opinione o in quella passione comune (giudizio del narratore) che la scarsezza del pane fosse cagionata dagli incettatori e dai fornai: ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar loro dalle mani l’alimento che essi, secondo quella opinione, negavano crudelmente alla fame di tutto un popolo (focalizzazione: punto di vista di Renzo compartecipe dell’opinione collettiva).

La diversità delle ottiche e dei giudizi è ben rilevata, tuttavia Renzo viene istituito da Manzoni come personaggio autonomo e responsabile. Attraverso il suo sguardo noi conosciamo gli eventi, mentre il compito del narratore è mettere in rilievo il duplice e concomitante processo di stravolgimento da parte della giustizia e della folla irrazionale in cui resta coinvolto l’eroe.
Si tratta di una narrazione a eco, fra discorso del personaggio e commento del narratore, ed è uno dei moduli fondamentali e caratteristici della dialogicità polifonica del romanzo.

E ancora, secondo Genette, vi sarebbero due alterazioni principali della prospettiva: la PARALLISSI o omissione laterale, in cui il narratore offre meno informazioni di quanto non sia necessario, e la PARALLESSI o eccesso informativo, in cui il narratore dice più di quanto non sia autorizzato a dire dal codice di focalizzazione del racconto.
Un esempio di parallissi è l’omissione di un’azione o di un fatto importante da parte del personaggio focalizzato. L’alterazione opposto può consistere in un’incursione della coscienza di un personaggio durante un racconto gestito in focalizzazione esterna. Spesso la parallessi è introdotta da formule quali egli non capì che, non si accorse che… ecc.
Robennskii
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Re: Prospettiva, o punto di vista

Messaggio da Robennskii »

Nell'ammirare la bellezza, ma anche l'efficacia e soprattutto riscontrando una totale aderenza del tutto con tanti classici letti, avrei una considerazione da formulare. Forse non piacevole, ma sicuramente pertinente.

Che la penna dell'autore sia poi quella che scrive è scontato. Sta poi alla sua bravura mediare, con tutte le tecniche rappresentate, il messaggio, la prospettiva concettuale per l'appunto che qui, finalmente, vedo per la prima volta citata con nome e cognome.

Mentre leggendo i capolavori della grande letteratura io resto incantato, perso in un labirinto di emozioni, capace di vedere una linea eppure ammirando un'azione corale nella quale, come nei Promessi, le voci sono distinte, oggi mi sembra che la prospettiva personale abbia preso il sopravvento. Per la mia opinione, nella narrativa moderna, come nei racconti amatoriali, ho la netta impressione che il pretesto sia spesso evidente: personaggi creati ad arte perché facciano o dicano ciò che fa comodo. Ma questo si riflette anche nel cinema, forse in modo ancor più plateale.


La prospettiva è, se non ho compreso male, il fine ultimo della scrittura.Se non viene recuperata la nobiltà di questo concetto si rischia di perdersi in un mare di chiacchiere, restando vincolati al contingente e dimenticando di alzare lo sguardo verso le stelle.
Gaetano Intile
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Re: Prospettiva, o punto di vista

Messaggio da Gaetano Intile »

Il fine del discorso narrativo, come di tutti i discorsi, è la comunicazione. Ma spesso per chi scrive, come ho accennato nell'introduzione all'Officina, comunicare è un modo di agire. Quindi di intervenire nella realtà per modificarla attraverso la parola scritta.
Piuttosto, la voce e la prospettiva, il narratore e il punto di vista, sono il fulcro del discorso narrativo.
Nel brano de La signora Dalloway, che ho riportato nella prima parte, Clarissa, Hugh e Scrope non dicono nulla di rilevante. Assolutamente nulla da ricordare. Ma il come viene detto quel nulla da Virginia Woolf fa la differenza. Figuriamoci quando l'autore riesce a inserire dei contenuti, come in Manzoni, in Pirandello o Sciascia, quando è presente una profonda riflessione su di sé e su quello che ci circonda.
Ad esempio, Senilità di Italo Svevo non offre molti spunti di riflessione, ma che romanzo perbacco. La tecnica diventa estetica e si impone al lettore come tale.
Il come si scrive diventa quindi cruciale, soprattutto oggi.
Convengo con te che il romanzo contemporaneo abbia una struttura in generale più semplice di quello moderno, ma bisogna far attenzione e saper scegliere.
La letteratura non significativa è sempre stata abbondante nelle librerie, in tutti i tempi. Non è che noi leggiamo tutti i titoli presenti negli anni Venti o Sessanta, o Ottanta. Figuriamoci adesso che tutti si autopubblicano pensando di essere grandi artisti. La letteratura significativa quanto sarà vasta? Forse il cinque per cento del totale, ma oggi, se va bene, forse l'uno per cento o anche meno.

Nell'acquisto vale per me la regola della qualità e del discernimento, ho finito da un pezzo di acquistare spazzatura o di nutrirmi di spazzatura, specie quella anglosassone. Attenzione, ho letto cose meravigliose scritte da autori viventi, ma bisogna saperle cercare, e di sicuro non si trovano nella classifica dei libri più venduti, questo è certo, è cristallino. Per il cinema vale l'identica regola. L'altra sera ho visto un film di Rohmer, la sera dopo uno di Chabrol, poi Renoir. Ma chi diavolo è Rohmer, mi ha detto un amico una volta. Eric Rohmer è il cinema fatto persona, ho risposto io.
Con la musica vale la stessa regola. L'altro giorno ho portato in giro per Palermo amici di amici e sono rimasti di stucco davanti all'abbondanza di bellezza del centro della città, a focalizzazione zero, sparsa ovunque. Volevo portarli alla Pinacoteca di Palazzo Abatellis, hanno fatto una smorfia, al Collegio di Sant'Anna a vedere le opere di Lo Jacono e Leto, e mi hanno guardato strano, poi quando ho detto loro che all'interno si tiene d'estate un ciclo di concerti di musica sinfonica e che l'altra estate ho assistito a un concerto del loro conterraneo Ludovico Einaudi, mi hanno preso per pazzo. Ma chi minchia è Ludovico Einaudi? Cu cu ti unci? Mi ha detto mia moglie. A chi ti aggreghi? E lo so, ma non potevo fare a meno.
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